Ascoltare in spirito: il samāʿ
Indice

La parola araba samāʿ (سماع) significa letteralmente «ascolto», «udito». Nella lingua dei sufi è diventata un termine tecnico: l’audizione spirituale, vale a dire l’ascolto ordinato di versetti coranici, di poesia ispirata e dei canti delle vie, un ascolto che mira al cuore e non all’orecchio. Il Corano stesso lo prescrive a proposito della propria recitazione: «Quando il Corano è recitato, ascoltatelo e tacete, affinché vi sia fatta misericordia» (Corano VII, 204). Tutta la tradizione del samāʿ è contenuta in germe in questo versetto: un ascolto attento, un silenzio custodito, una misericordia attesa.
Il samāʿ non è un concerto. È una pratica, con i suoi testi, le sue condizioni, i suoi frutti conosciuti e i suoi eccessi temuti. Al-Qushayrī gli dedica quello che è forse il capitolo più lungo della sua Risāla (XI secolo), e mille anni di maestri ne hanno precisato le regole: che cosa si ascolta, con quale intenzione, sotto quale autorità, e che cosa l’ascolto opera in chi vi si abbandona.
Ciò che si ascolta
L’audizione spirituale obbedisce a una gerarchia. Al vertice, la recitazione del Corano: il primo samāʿ del credente è l’ascolto del Libro, e molti maestri non hanno mai ammesso altro oggetto di audizione per i principianti. Viene poi la poesia ispirata: la qaṣīda didattica, la lode al Profeta (madīḥ, naʿt), i versi mistici dei grandi poeti della via, da Jalāl al-Dīn Rūmī a Ibn al-Fāriḍ. Le parole portano l’insegnamento; la melodia lo fa scendere verso il cuore.
Lo strumento privilegiato resta la voce umana. Il munshid, colui che recita o canta, non è un cantante nel senso dello spettacolo: il suo ufficio consiste nello scomparire dietro il testo. A seconda delle vie e delle epoche, la voce è accompagnata dal tamburo a cornice (duff, bandīr), talvolta dal flauto di canna (nāy) o da altri strumenti, questione dibattuta, come si vedrà. L’assemblea che ascolta si riunisce nella sala delle audizioni, il samāʿkhāna, spesso nel recinto della zāwiya.
Abū Ṭālib al-Makkī, nel Qūt al-qulūb (X secolo), descrive già quelle riunioni di Baghdad dove si ascoltava il recitante fino alle lacrime. Ciò che distingue allora una riunione simile da un divertimento sta in tre cose: ciò che si ascolta è sacro o ispirato, l’intenzione degli ascoltatori è rivolta a Dio, e l’assemblea resta sotto la vigilanza del maestro.
Le regole dell’audizione
Al-Ghazālī, che tratta la questione nel libro XVIII dello Iḥyāʾ ʿulūm al-dīn (il Kitāb ādāb al-samāʿ wa-l-waǧd, «libro dei buoni costumi dell’audizione e dell’estasi»), ha fissato la formula che le vie hanno ritenuto: il samāʿ è permesso a tre condizioni, il tempo (zamān), il luogo (makān) e i compagni (iḫwān). Non si ascolta in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, con chiunque. A queste condizioni si aggiunge una quarta, più interiore: lo stato dell’ascoltatore stesso.
Le regole di cortesia concordano da un trattato all’altro. Si ascolta seduti, a capo chino, senza guardare intorno. Si mantiene l’immobilità finché lo stato non ordini il movimento: il corpo segue il cuore, non lo precede. Non si applaude, non si provoca l’emozione, non si imita l’estasi del vicino: la tradizione chiama tawāǧud questa imitazione e la condanna, perché simulare lo stato che non si ha è la peggiore delle commedie, e inganna per primo chi la rappresenta. Gli strappi delle vesti e le grida lanciate in certe assemblee antiche furono giudicati con lo stesso principio: ammissibili quando lo stato li strappa, condannabili quando si recitano.
Ultimo punto della regola, e non il minore: il samāʿ non è per tutti in ogni momento. Diversi maestri ne hanno allontanato i novizi, non per disdegno, ma perché l’audizione amplifica ciò che già abita il cuore: vivifica il ricordo in chi invoca, e nutre l’anima passionale in chi ne è governato. «L’audizione smuove ciò che la sola parola non smuove», dice la formula tradizionale; conviene dunque sapere che cosa sarà smosso in sé.
Un dibattito di mille anni
La liceità del samāʿ fu discussa già nell’età d’oro delle confraternite, e bisogna dirlo con onestà: i dottori non si sono mai messi d’accordo. Il libro di al-Ḥuǧwīrī, il Kashf al-maḥǧūb (XI secolo), primo manuale persiano di sufismo, dedica un intero capitolo a separare il lecito, il dubbio e il proibito. Contro l’audizione, Ibn al-Ǧawzī consacra nel Talbīs Iblīs (XII secolo) pagine severe agli eccessi delle assemblee: trance per la galleria, strumenti che imitano i divertimenti delle corti, stati presi per prove di elezione. Al-Ghazālī, quasi contemporaneamente, riconosce questi abusi ma si rifiuta di condannarne il principio: ciò che si giudica è l’uso, non l’ascolto in sé.
Dalla parte dei difensori, la lista è lunga e autorevole. ʿIzz al-Dīn ibn ʿAbd al-Salām, il «sultano dei dottori» del XIII secolo, scrive una Risālat al-samāʿ in favore dell’audizione. Ibn Ḥazm l’aveva già ammessa nel suo al-Muḥallā. E al passaggio verso il XVIII secolo, lo sceicco damasceno ʿAbd al-Ghanī al-Nābulusī chiude per così dire il fascicolo nel suo trattato ʾĪḍāḥ al-dalālāt fī samāʿ al-ʾālāt, «Chiarimento delle prove sull’audizione degli strumenti»: nessun testo primo vieta la melodia in sé, osserva, e gli hadith addotti contro di essa mirano sempre a riunioni dove si mescolava al vino e alla dissolutezza.
Sugli strumenti, la posizione della tradizione è più fine di quanto il dibattito lasci credere. Il duff, il tamburo a cornice, vanta un precedente profetico: delle giovani cantavano suonandolo in casa di ʿĀʾisha, la madre dei credenti, e il Profeta, su di lui scendano la pace e la benedizione di Dio, non lo proibì loro. Il flauto e gli strumenti a corda sono più discussi; la voce nuda non ha mai posto problema. Perciò molte vie hanno fatto del canto senza strumenti, o accompagnato dal solo tamburo a cornice, la forma canonica della propria audizione.
Ciò che l’ascolto opera nel cuore: ḥāl, wajd, tawāǧud
Perché ascoltare invece di leggere? La risposta dei maestri è sempre la stessa: il senso analizzato raggiunge l’intelligenza, il senso udito raggiunge il cuore. La melodia porta il versetto al di sopra delle difese della mente, e ciò che la lettura teneva a distanza diviene, nell’audizione, una questione intima. È questa la gustazione (dhawq) di cui parlano i trattati: una conoscenza che si assapora prima di essere compresa.
L’audizione può allora produrre uno stato, il ḥāl: un’inquietudine o una pace che si impossessa dell’animo senza essere stata cercata, lacrime, un fremito, un lungo silenzio interiore in cui l’intera assemblea trattiene il fiato. Il wajd, letteralmente «ciò che si trova», è ciò che il cuore scopre in quello stato. Al-Ghazālī ordina i tre termini in un’ascensione: il tawāǧud, lo sforzo che sollecita lo stato; il wajd, lo stato trovato; il wuǧūd, il termine in cui non si cerca più, perché si è trovato. Consiglia a tutti di tenersi all’accoglienza sobria: lasciare venire ciò che viene, senza forzarlo né prolungarlo per calcolo.
I maestri aggiungono un avvertimento necessario. Lo stato è un ospite, non una dimora: le stazioni (maqāmāt) si conquistano con il lavoro, gli stati (aḥwāl) sono doni che passano. Chi colleziona le emozioni del samāʿ senza la disciplina del dhikr, della preghiera e del servizio rischia di edificare una spiritualità di sensazioni, meno solida di quanto creda. L’audizione accompagna il cammino; non lo sostituisce.
Il samāʿ nelle vie
Ogni via ha aggiustato l’audizione al proprio genio. Tra i Mawlawiyya, l’ordine di Jalāl al-Dīn Rūmī, il samāʿ è divenuto il semâ: la danza rotante dei dervisci, che la tradizione di Konya presenta come un cielo in cui ogni danzante si fa pianeta in orbita attorno al sole del cuore. La cerimonia mevlevì è stata proclamata dall’UNESCO nel 2005 Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità. Tra i Chishtiyya dell’India, l’audizione occupa il centro della via: Niẓām al-Dīn Awliyāʾ vi era così attaccato che i suoi avversari glielo rimproveravano, e la tradizione attribuisce al suo discepolo Amīr Khusraw la forma del qawwālī, quel canto di audizione che ancora fa vibrare i santuari del subcontinente. Molte altre vie, la Shādhiliyya per prima, hanno unito canto e movimento nella ḥaḍra, l’assemblea di presenza dove l’audizione sbocca nella lode danzata.
Nella via Qadiriya Boutchichiya, l’audizione si pratica da seduti. Le qaṣīda, poemi della via in arabo classico, si cantano in assemblea o si ascoltano; preparano il dhikr o ne prolungano il raccoglimento, e il silenzio interiore che segue il canto conta quanto il canto stesso. Questa audizione sobria, senza trance ricercata né esibizione di stati, è quella portata dalle registrazioni raccolte nella pagina del canto spirituale.
Ascoltare il samāʿ oggi
Una registrazione non è un’assemblea, e i maestri insisterebbero sulla differenza: il samāʿ tradizionale si vive in presenza, sotto l’autorità del maestro, nel tempo, nel luogo e nella compagnia dovuti. Ma l’ascolto attento di un canto della via conserva qualcosa della pratica, a condizione di non trattarlo come musica di sottofondo. Sedersi. Ascoltare le parole prima della melodia: le pagine delle qaṣīda offrono per questo i testi traslitterati e tradotti. Lasciare lavorare ciò che si smuove, senza forzarlo né commentarlo. Il silenzio che segue fa parte dell’audizione.
Questo ascolto, praticato con costanza, si accorda naturalmente con le altre pratiche della via: il dhikr, di cui prepara o prolunga il raccoglimento, la lettura del Corano, la preghiera sul Profeta. E per chi volesse passare dall’ascolto solitario all’assemblea, le sessioni di dhikr si tengono in diverse città di Francia: il calendario indica le date, e la pagina delle sessioni di dhikr spiega come si svolgono.
Il samāʿ, in definitiva, restituisce l’ascolto al suo vero posto: non un senso passivo, ma una facoltà che si può educare, e attraverso la quale il cuore, a volte, ode ciò che il solo orecchio non ode mai.




