La tariqa Qadiriya Boutchichiya

La tariqa Qadiriya Boutchichiya è una via sufi nata in Marocco, dalla Qadiriya fondata a Baghdad nel XII secolo. La sua casa madre si trova a Madagh, un villaggio della pianura di Berkane, ai piedi dei monti dei Beni Snassen. In Francia, dove è presente dalla fine degli anni Ottanta, riunisce ogni settimana praticanti in otto città intorno alla meditazione e al dhikr. Via di trasformazione interiore, si riconosce in un’alleanza particolare: una trasmissione iniziatica antichissima e un metodo d’insegnamento adattato alle condizioni della vita moderna.

Le origini: la Qadiriya e i Beni Snassen

Il nome della via dice già l’essenziale della sua genealogia. Tariqa significa letteralmente «la via»: nella tradizione sufi designa una confraternita iniziatica organizzata intorno a una guida, il cui insegnamento si trasmette di cuore in cuore. Qadiriya rimanda a Moulay Abd al-Qadir al-Jilani (1077-1166), il santo di Baghdad intorno al quale si è formata una delle confraternite musulmane più antiche e diffuse. Il suo santuario, in Iraq, resta ancora oggi un importante luogo di pellegrinaggio.

Il ramo Boutchichiya è molto più recente. Nasce a metà del XVIII secolo nel Marocco nord-orientale, quando Sidi Ali al-Qadiri, un discendente del fondatore giunto dall’Iraq, si stabilisce in un villaggio del massiccio dei Beni Snassen e vi erige la sua zāwiya. I Beni Snassen erano allora una zona di contatto tra tribù berbere e tribù arabe, e la zāwiya di Sidi Ali divenne presto un rifugio. Durante una carestia che colpì la regione, fece distribuire ai poveri della dchicha, una zuppa di orzo schiacciato. La popolazione lo soprannominò «Sidi Ali Boutchich», l’uomo della zuppa. Il soprannome è rimasto legato alla famiglia e alla via: dice, meglio di qualsiasi discorso, che cosa questa tradizione intenda per servizio.

La genealogia della famiglia risale al Profeta Muhammad, attraverso suo nipote Hassan. Diverse generazioni di santi hanno segnato la storia locale, tra cui Sidi al-Mukhtar al-Boutchichi, bisnonno di Sidi Jamal, figura di santità in tutto l’Oriental marocchino e della resistenza alla penetrazione coloniale.

La catena iniziatica e la trasmissione del segreto

Una tariqa non si decreta: si autentica attraverso la sua silsila, la catena ininterrotta dei maestri che risale, di discepolo in guida, fino al Profeta. Nella stirpe boutchichi, il pieno accesso al «segreto» (sirr), cioè la capacità di trasmettere l’iniziazione, si è perso dopo Sidi Ali: restava soltanto una santità di benedizione (tabarruk), onorata ma priva della funzione di guida.

Fu Sidi Abû Madyan al-Qadiri (nato nel 1873), un lontano cugino che viveva ritirato sui monti dei Beni Snassen, a reintrodurre il sirr nella discendenza. Lo aveva ricevuto dopo lunghi anni di discepolato presso due maestri: Sidi Ben Ariane, della Tijaniyya, annoverato tra i Malâmatî, quegli «uomini del biasimo» che celano il proprio stato spirituale, e Sidi Ahmed Lahlou, discepolo di Sidi Muhammad ben Ali, della Shadhiliyya. La Qadiriya Boutchichiya si ricollega così a una triplice filiazione iniziatica: Qadiri per nome e per sangue, Tijani e Shadhili per la trasmissione effettiva del segreto. Il dettaglio di questa catena, maestro per maestro, si legge sulla pagina della catena iniziatica.

Le guide successive

Quattro guide hanno portato la via da quando Sidi Abû Madyan vi ha reintrodotto la trasmissione.

Sidi al-Hajj al-Abbas (1890-1972), discepolo di Sidi Abû Madyan insieme al proprio figlio, diresse la zāwiya di Madagh dopo la morte del maestro. Grande proprietario terriero rispettato in tutta la regione, era abituato a essere servito e a non servire nessuno: l’aneddoto, riferito da suo figlio, di Sidi Abû Madyan che gli ordina di servire il tè ai foqara sotto lo sguardo sbalordito dei notabili, è rimasto nella memoria della via come una lezione sullo spogliamento dell’ego. Il suo testamento spirituale, che trasmette la guida della via a suo figlio Sidi Hamza, resta uno dei testi fondatori della tariqa.

Sidi Hamza (1918-2017), figlio di Sidi Abbas, entrò nella via a ventiquattro anni, nel 1942, e trascorse quattordici anni presso Sidi Abû Madyan. Guida dal 1972 alla morte, trasformò una confraternita rurale in una delle vie sufi più vivaci del mondo. Sotto la sua direzione, la modesta zāwiya di Madagh è diventata negli anni Ottanta un vasto centro di ritiro, finanziato dai redditi della tenuta agricola e capace di servire decine di migliaia di pasti all’anno. Morto il 18 gennaio 2017, fu sepolto a Madagh, secondo la stampa marocchina, alla presenza di consiglieri reali e ministri.

Sidi Jamal (1942-2025), figlio di Sidi Hamza, era stato formato dal nonno e poi dal padre. Guidò la via dal 2017 alla sua morte, l’8 agosto 2025. In quegli otto anni consolidò l’apertura internazionale della tariqa e lasciò ai discepoli discorsi e un testamento spirituale redatto a Madagh nel dicembre 2024.

Sidi Mounir guida la via dall’agosto 2025. Figlio primogenito di Sidi Jamal, è stato designato dai testamenti spirituali del padre e del nonno. In occasione della dikra del 2025, la cerimonia commemorativa di Sidi Hamza, Sidi Jamal lo aveva già presentato all’assemblea riprendendo la formula del proprio padre: «Ciò che io custodisco, lo custodisce anche Sidi Mounir».

L’insegnamento: la via della Bellezza

Ciò che distingue la Qadiriya Boutchichiya nel paesaggio sufi contemporaneo sta in un mutamento: il passaggio dalla via della Maestà (jalâl), fondata sull’austerità e la prova, alla via della Bellezza (jamâl), fondata sull’accoglienza e sull’amore. Il sociologo Karim Ben Driss, autore di Le renouveau du soufisme au Maroc, ne ha individuato tre riforme operate da Sidi Hamza.

La prima: l’insegnamento si rivolge a tutti. Là dove il sufismo classico riservava la guida a un’élite preparata, Sidi Hamza l’ha aperta a chiunque ne faccia domanda sincera, compreso chi cerca soltanto di vivere meglio la propria fede ordinaria. La seconda: il rapporto maestro-discepolo si è invertito. «Un tempo era il discepolo a cercare il maestro; oggi è il maestro a cercare il discepolo», diceva Sidi Hamza, e lo riassumeva anche in altro modo: «Non c’è prova in questa via, la prova è sostituita dall’invocazione (dhikr)». La terza: l’abbellimento precede lo spogliamento. Il cuore del novizio è paragonato a una stanza buia che occorre prima illuminare; una volta che ha «gustato», il discepolo trova in se stesso lo slancio per sbarazzarsi dei propri vizi, invece di farne una condizione preliminare.

In questa prospettiva, la relazione con la guida non è una sottomissione: la via preferisce del resto la parola «Guida» a «Maestro». La guida è il compagno (sâhib) che ha percorso il cammino prima del discepolo e lo accompagna attraverso la sohba, il compagnonaggio. Una parola di Sidi Hamza riassume il tono dell’insegnamento: «Non disprezzare né il giudeo, né il cristiano, né l’ateo! Sii invece vigile verso il tuo ego, perché è lui il tuo unico nemico». Si vedano anche la guida spirituale nel sufismo e il rinnovamento del sufismo per l’analisi dettagliata di questa svolta.

Le pratiche della via

La pratica quotidiana poggia sul wird, l’invocazione individuale del mattino e della sera: nomi divini e formule coraniche snocciolate a bassa voce, a casa propria, come un «bere» regolare a cui il discepolo torna ogni giorno. A questo si aggiunge il dhikr collettivo: incontri settimanali in cui i partecipanti invocano insieme, a voce alta, poi ascoltano un insegnamento prima di chiudere la sessione con dei canti.

Il samāʿ occupa un posto particolare. I poemi cantati in onore di Dio e del Suo Profeta, le qaṣāʾid, non sono un ornamento: in questa via il canto è un sostegno dell’educazione spirituale, che tocca l’essere là dove il discorso non arriva. Diverse qaṣāʾid si possono ascoltare sul sito, con le loro traduzioni.

Infine, la vita della via scandisce l’anno: i ritiri a Madagh, dove la zāwiya accoglie residenti da ogni paese; la celebrazione del mawlid, l’anniversario della nascita del Profeta, che attira ogni anno decine di migliaia di discepoli nel villaggio; la dikra, la commemorazione delle guide scomparse.

Madagh, la casa madre

Tutto parte da Madagh (pronunciato «Madar»), un villaggio della pianura di Berkane, nel Marocco nord-orientale, non lontano da Oujda. È lì che gli antenati della famiglia hanno edificato la loro zāwiya, ed è lì che le guide della via sono sepolte. Il luogo funziona ancora come ai tempi di Sidi Hamza: una tenuta agricola i cui redditi finanziano l’accoglienza, cucine che servono gratuitamente i pasti ai visitatori, sale di dhikr e alloggi per i ritiri. In occasione del mawlid, il villaggio accoglie decine di migliaia di discepoli giunti dal Marocco, dall’Europa e da altrove, sotto lo sguardo dei media nazionali. Ogni anno praticanti occidentali vi compiono ritiri, da soli o accompagnati dal proprio gruppo locale.

La via in Francia e nel mondo

La presenza occidentale della tariqa si è costruita a partire dagli anni Ottanta, portata dapprima da discepoli marocchini stabiliti in Europa e in Nord America. Ha poi toccato un pubblico diverso: europei di nascita, convertiti o semplicemente in cerca di una pratica di meditazione viva. La Qadiriya Boutchichiya è spesso citata come la tariqa marocchina meglio impiantata in Occidente, presente in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna, in Spagna, negli Stati Uniti e in Canada.

In Francia la via si vive oggi in otto città, attraverso associazioni come Isthme e VSMF, e manifestazioni federative: l’Incontro Mondiale del Sufismo, che riunisce ricercatori e praticanti a Madagh, e il Festival delle culture sufi di Fès. Alcune personalità hanno contribuito a farne conoscere il messaggio oltre il cerchio dei praticanti: l’antropologo Faouzi Skali, l’islamologo Eric Geoffroy, il sociologo Karim Ben Driss.

Questa presenza poggia su un posizionamento chiaro: un sufismo sunnita, apolitico, che non chiede a nessuno di rompere con la propria cultura. Il discepolo resta un cittadino ordinario, attivo nella famiglia e nel lavoro; la via non prescrive né un abbigliamento particolare né il ritiro dal mondo. È forse una delle ragioni del suo radicamento: propone una pratica del sacro compatibile con una vita francese contemporanea, senza nulla rinnegare dell’esigenza iniziatica.

Come venire e camminare

Il punto di ingresso più semplice è una sessione di dhikr. Settimanali in diverse città, mensili o occasionali in altre, sono aperte a tutti senza prerequisiti: si può venire ad ascoltare senza chiedere nient’altro. Orari, luoghi e contatti figurano sulle pagine delle città: Parigi, Lione, Marsiglia, Montpellier, Nizza, Antibes, Avignone, Yvelines, e sul calendario degli incontri.

Per chi desidera andare oltre, la via propone il compagnonaggio: una relazione di lunga durata con la guida e con la comunità dei praticanti, suggellata nella tradizione da un patto di fedeltà. È il cuore di ciò che la tariqa intende per «camminare»: non un’adesione amministrativa, ma un’educazione progressiva del cuore, nella misura di ciascuno. Su come riconoscere e avvicinare una via autentica, si veda la guida Trovare un maestro sufi in Francia.

Domande frequenti

Bisogna essere musulmani per partecipare a una sessione di meditazione?

No. Le sessioni di dhikr sono aperte a tutti, praticanti della via e semplici curiosi. È del resto così che molti scoprono il sufismo: venendo ad ascoltare, un venerdì sera a Parigi o in un’altra città.

Chi guida oggi la via?

Dall’agosto 2025 la confraternita è diretta da Sidi Mounir al-Qadiri Boutchich, figlio di Sidi Jamal e nipote di Sidi Hamza, designato dai testamenti spirituali del padre e del nonno.

La tariqa Qadiriya Boutchichiya è una scuola di pensiero o una confraternita?

Entrambe le cose: è una confraternita iniziatica (una tariqa, letteralmente «un cammino») la cui trasmissione avviene di maestro in discepolo da secoli, e un insegnamento spirituale articolato intorno al dhikr, alla sohba e al samāʿ.

Si può praticare senza impegnarsi nella via?

Sì. Molti partecipano alle sessioni per anni senza alcuna ulteriore iniziativa. L’impegno nella via, con il patto di fedeltà, arriva solo su richiesta del praticante, quando si sente pronto.