La guida spirituale nella via sufi
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Testo scritto da un collettivo di discepoli della via Qadiriya Boutchichiya.
I sufi dicono spesso che «la Via è lo Shaykh». In una tradizione in cui l’essenziale non si impara nei libri, la guida spirituale non è un professore: è il canale vivente della trasmissione. Questo articolo spiega il suo ruolo, la natura del legame che la unisce al discepolo, e perché la via sufi considera questa compagnia indispensabile.
La Via è lo Shaykh
I sufi paragonano la guida spirituale a una sorgente d’acqua viva. Come l’acqua irriga suoli diversi e nutre fiori vari, i discepoli di una stessa via possono sembrare molto differenti gli uni dagli altri: paesi d’origine, ambienti sociali, età. Ma se seguono la stessa Guida, si dissetano tutti a una sorgente unica e seguono un percorso dagli stessi contorni, ciascuno a suo modo, secondo il cammino di vita che gli è proprio. È ciò che fa di loro dei fratelli e delle sorelle spirituali, al di là delle differenze esteriori. Questa fratellanza diventa del resto sempre più concreta man mano che ciascuno vive le esperienze interiori del cammino: se le parole sono impotenti a descrivere questi stati a chi non li ha vissuti, permettono di evocarli con chi li ha gustati.
È sorprendente accorgersi che possiamo condividere cose profonde e sottili con qualcuno che sembrava a priori molto diverso da noi. Ciò non è che un riflesso dell’azione di ciò che si chiama il segreto spirituale (sirr). Deposto per il permesso divino nel cuore dello Shaykh, è questo segreto che rende la Via operante e permette la trasformazione progressiva del discepolo.
Né amico, né maestro di pensiero
Il rapporto con la Guida non è né un rapporto d’amicizia, né un rapporto di conversazione cortese su soggetti fini o elevati. La Guida non ha nemmeno per vocazione di dettare ai suoi discepoli il minimo dei loro fatti e gesti, o di prendere in mano la loro vita quotidiana. Una vera guida spirituale non è mai un «maestro di pensiero». Perché non è attraverso il pensiero, né attraverso il ragionamento discorsivo, che si può percepire la realtà divina: questa realtà non è né una formula matematica, per quanto sofisticata, né un concetto uscito dalla nostra riflessione, per quanto acuta. L’insegnamento spirituale non avrà dunque gran che a che vedere con l’insegnamento profano.
Il sufi Ibn ‘Atâ’ Allâh descrive così la funzione della Guida:
«La tua Guida non è quella da cui senti dei discorsi, ma quella la cui presenza ti trasforma. Non è quella la cui espressione ti guida, ma quella la cui allusione spirituale ti penetra. Non è quella che ti invita alla porta, ma quella che solleva il velo che ti separa da Lui. Non è quella che ti dirige con delle parole, ma quella che ti trasforma con il suo stato spirituale. È quella che ti libera dalla prigione delle tue passioni per introdurti presso il Signore dei Mondi. È quella che non cessa di lucidare lo specchio del tuo cuore finché vi si irradiano le luci del tuo Signore. Ti eleva verso Allah e, quando ti sei elevato, ti trasporta verso di Lui. Non cessa tuttavia di custodirti finché non ti depone tra le Sue mani. Ti introduce nella luce della Presenza divina, e ti dice: “Eccoti, e il tuo Signore”».
Una doppia condizione: trasmissione e autorizzazione
La sottigliezza della relazione che unisce la Guida e il suo discepolo non ha pari che nel suo carattere prezioso. La Guida è un santo scelto per chiamare e guidare gli uomini sul cammino del ritorno verso il nostro Creatore e la nostra natura profonda. Per riempire questa funzione, una doppia condizione è necessaria: la trasmissione del segreto spirituale da parte di un’altra guida, e la conferma divina di questa autorizzazione a insegnare. Una catena ininterrotta lega così tutte le guide autentiche, dal Profeta fino ai nostri giorni; nella via Qadiriya Boutchichiya, essa giunge oggi a Sidi Mounir.
Uomo estinto a se stesso ma sussistente per Dio, la Guida è prima di tutto un educatore spirituale. È il mediatore che ci rimette in contatto con questa realtà divina da cui siamo originari e di cui abbiamo perduto la percezione. Uomo realizzato, ci trasmette i mezzi per risvegliare il nostro cuore: questo cuore che è, per i sufi, lo strumento della percezione spirituale, il centro dell’Essere.
La lotta contro l’ego
Rinnovando questa percezione del cuore, ritroviamo il senso vero della nostra esistenza. Attraverso una rimessa fiduciosa a Dio, impariamo a decifrare e a seguire i segni che Egli ci invia per guidarci verso di Lui. Ritroviamo quella pace interiore che i libri sacri menzionano, e il riconoscimento gioioso di colui che sa che tutto ciò che gli accade è una misericordia. Ritroviamo l’amore della creazione intera, come altrettanti volti di una sola e stessa realtà.
Ciò che ci impedisce di sentirlo oggi è la tirannia del nostro ego. In assenza di guida, il nostro maestro è l’ego. È lui che detta la nostra condotta, che ci spinge ad agire o a non agire. È lui che misura e giudica ogni cosa, non in funzione di ciò che essa è, ma di ciò che può apportargli. È lui che, per paura, rifiuta tutto ciò che non va nel suo senso, tutto ciò che non conosce o non padroneggia. È lui che, per desiderio, brama e prende con la forza ciò che non gli appartiene. Nulla ci svia quanto l’illusione. Tra le cose che tengono l’uomo lontano da Dio, vi è prima di tutto il timore di perdere ciò che ha e il desiderio di ottenere ciò che non ha. La Via spirituale è dunque centrata sulla lotta contro l’ego, nel suo senso negativo e passionale.
Una scienza dei sapori
L’insegnamento della guida permette un risveglio del cuore: la scienza che ne emana si svela progressivamente, non sotto la forma di un sapere teorico, ma sotto quella di un gusto intimo, incessantemente più profondo. «Il sufismo non è una scienza delle carte, ma una scienza dei sapori», diceva Sidi Hamza. Molto spesso, quest’apertura si opera senza che il discepolo abbia piena coscienza che gli viene dalla Guida, poiché è dal profondo del suo essere che essa sorge.
Non si tratta di idee o di sentimenti, ma di percezioni interiori. L’esperienza della Via si paragona a una colorazione che riempie a poco a poco tutti i compartimenti della nostra vita e cambia in profondità il nostro sguardo, sugli eventi come sull’esistenza stessa. Trasformando il nostro sguardo, essa trasforma le nostre reazioni e il nostro comportamento, che fanno di noi ogni giorno di più dei servitori della volontà divina, conformi in ciò al modello di eccellenza profetico.
Dio afferma nel Corano: «È solo perché Mi adorassero che ho creato i dèmoni e gli uomini» (LI, 56). I sufi fanno così della servitù (’ubudiya) verso Dio il grado più elevato della realizzazione spirituale. Ritrovando la nostra natura profonda, ritroviamo il senso dell’accettazione attiva della volontà divina: l’affermazione della superiorità della Sua volontà sulla nostra ci rende la pace interiore. Liberati dalle nostre passioni e dalla tirannia del nostro ego, ritroviamo a poco a poco questa capacità di amore disinteressato della creazione intera, che è del resto lo stato naturale del bambino piccolo.

Per approfondire
- Trovare un maestro sufi in Francia: criterî di autenticità e primi passi
- Che cos’è il dhikr?: la pratica che la guida trasmette al discepolo
- La catena iniziatica: la trasmissione del segreto, di maestro in maestro
- La tariqa Qadiriya Boutchichiya: la via da cui dipendono questi insegnamenti




