Testamento spirituale di Sidi Hajj Abbas

Sidi al-Hajj al-Abbas, guida della tariqa Qadiriya Boutchichiya dal 1960 al 1972

Sidi al-Hajj al-’Abbas (1890-1972) fu guida spirituale della Tariqa Qadiriya Boutchichiya. Figlio di Hajj Mokhtar al-Qadiri Boutchich, noto per la resistenza all’invasione francese nel Marocco orientale, si mise in cammino con il figlio Sidi Hamza sotto la guida del loro cugino Sidi Abou Madyan al-Qadiri Boutchich.

La sua aspirazione spirituale era profonda e lo spinse a cercare un maestro. A diciassette anni si rivolse a un uomo rapito da Dio, che gli consigliò di attendere: il maestro sarebbe venuto a bussare alla sua porta. Passarono trentacinque anni; nel 1942 Sidi Abou Madyan si presentò da lui.

Sidi al-’Abbas seguì il suo insegnamento fino alla morte del maestro, nel 1957. Designato come successore, non si ritenne degno dell’incarico e tenne per sé la volontà di Sidi Abou Madyan. Solo nel 1960 accettò di rivelarla ai discepoli e di assumere la guida della tariqa. Alla sua morte, nel 1972, affidò la successione al figlio Sidi Hamza. Nel testamento spirituale qui riprodotto richiama i fondamenti e gli scopi della via.*

L’incarico della via

Dal servitore Hajj al-’Abbas al-Qadiri al-Boutchichi, umile davanti al suo Signore, povero e bisognoso, ai suoi figli e ai fratelli in Dio.

Sapete quanto ami il silenzio e quanto la mia natura riservata mi trattenga dal parlare.

Mi rivolgo a voi perché vi ponete alcune domande sulla responsabilità che la provvidenza divina mi ha affidato anni fa. Sono questioni che meritano qualche chiarimento e un consiglio ulteriore.

Figli miei, fratelli miei in Dio,

Dalle nostre conversazioni avrete capito che la via sufi seguita dai nostri antenati da un secolo e mezzo è la Qadiriya. È una delle grazie concesse al conoscitore di Dio, educato al segreto divino e sostenuto dall’assistenza del Profeta (pace e benedizioni su di lui), il nostro più alto antenato e maestro, Abd al-Qadir al-Jilani. Dio ci renda partecipi della sua grazia.

Quando il destino cominciò a prepararmi, tra i membri della famiglia, alla responsabilità di perpetuare la via dei nostri antenati, ero ancora preso dalle faccende del mondo e lavoravo nell’agricoltura.

Le necessità della vita mi avevano impedito, da giovane, di studiare le scienze religiose come avrei voluto. Mi ero limitato a conoscere gli obblighi della shari’a e a leggere il Corano. Per grazia di Dio, però, avevo potuto cogliere la bellezza dei versetti e degli hadith, conoscere la condotta del Profeta (pace e benedizioni su di lui) e degli uomini santi, le parole e gli atti dei suoi Compagni.

Non sono un uomo che si vanta, né un sapiente autorizzato a emettere fatwa o a guidare gli altri attraverso lo studio del Libro e della Sunna. Questo compito spetta agli studiosi che si sono dedicati ai testi e alla loro interpretazione. Il nostro legame è di natura spirituale ed educativa: nasce dalla compagnia, dall’amore di Dio, dal riunirsi per invocarlo e accogliere le Sue grazie. Ci anima il desiderio di conoscerLo e, con l’aiuto del Profeta (pace e benedizioni su di lui), di purificare il cuore e lasciarlo illuminare dalla fede. Da qui derivano la pratica spirituale, l’educazione e il comportamento: quando l’interiorità si purifica, anche l’esteriorità ne porta il segno.

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto, secondo un hadith: «Nel corpo c’è un organo che, se è sano, rende sano tutto il corpo; se è corrotto, corrompe tutto il corpo. È il cuore.» È per questo fine che il servitore sincero deve rafforzare la propria volontà e volgersi a Dio, senza presumere di sapere ciò che Egli ha disposto per lui.

La successione di Sidi Abou Madyan

Dio e i Suoi angeli mi sono testimoni: quando andai per la prima volta dal mio shaykh e padre spirituale, Sidi Abou Madyan (che Dio abbia misericordia di lui), non immaginavo di poter ereditare il suo segreto o succedergli. Lo cercavo con sincerità, affidandogli la mia anima perché mi aiutasse a conoscerla e togliesse il velo tra il servitore e il suo Signore.

I veli, però, non cadono da soli. Servono un’intenzione sincera e la guida di un maestro autentico. Appartenere alla via qadiri dei miei antenati ed essere figlio di un uomo di Dio non mi bastava: anch’io avevo bisogno di affidarmi a una guida per cambiare condotta e avvicinarmi a Dio. Il mio trisavolo lo aveva fatto prima di me. Pur provenendo da una famiglia sufi e qadiri, affidò la propria anima a un grande shaykh del suo tempo. Per grazia di Dio raggiunse il grado che gli consentì di invocare il Nome supremo (ism al-aʿẓam) e divenne a sua volta shaykh. Poco prima di morire, consigliò al figlio di interrompere la pratica e di tornare alla via del tabarruk, perché non aveva raggiunto il grado necessario all’educazione spirituale. La sua storia mostra che per guidare occorre aver ricevuto il maqām che autorizza a invocare il Nome. I maestri raccomandano ai discepoli che non hanno ancora raggiunto la meta di continuare a seguire le loro orme anche dopo la loro morte. Per questo vi chiedo di affidarvi a chi mi succederà: non lasciate che la vostra nafs vi fermi a metà del cammino. Chi cerca Dio con sincerità lo cerca ovunque e spera di incontrarlo in coloro che hanno ricevuto la Sua grazia.

Ho accompagnato Sidi Abou Madyan (che Dio abbia misericordia di lui) con sincerità, senza interesse né aspettative. In sua compagnia ritrovai me stesso e la pace. Lo amavo come un padre, forse anche di più. Non ricordo di avergli disobbedito o di aver trascurato i suoi consigli. Era umile, si accontentava di ciò che aveva e seguiva la Sunna. Tutti conoscevano la sua fermezza quando assisteva a una violazione della shari’a. Non tollerava che i discepoli adempissero con negligenza ai doveri religiosi o si allontanassero dalla condotta del Profeta (pace e benedizioni su di lui).

Non dimenticherò il nostro colloquio più importante: quello in cui mi chiese di succedergli. Sidi Abou Madyan educava anime che la pratica del Nome supremo di Allah, raccomandata nel Corano e nella Sunna senza limiti né conteggi, aveva purificato. È una stazione elevata, raggiunta da pochi discepoli, in particolare dai servitori di Dio e dai santi. Riguarda chi ha consacrato la vita al Corano e alla Sunna e si sforza di seguire il Profeta (pace e benedizioni su di lui) e i suoi Compagni. Chi invece ha un’intenzione corrotta, dubita di questa stazione e non ha ricevuto aiuto divino deve prima curare la propria anima e combattere le inclinazioni che lo sviano.

Verso la fine della sua vita, Sidi Abou Madyan mi designò come successore. Mi scusai e gli indicai altri che ritenevo più adatti. Mi rispose: «Ti assumerai questo incarico, che tu lo voglia o no». Per rispetto, tacqui.

Quando morì, nel 1957, nessuno sapeva chi gli sarebbe succeduto. Io tendevo al silenzio e volevo continuare il mio lavoro spirituale; avevo bisogno di tempo per prepararmi e temevo di non essere all’altezza. Per quasi tre anni non dissi nulla. Non vedevo in me la capacità di educare gli altri, né la fiducia che lui aveva riposto in me. Mi consideravo il più debole dei suoi discepoli e quello che più aveva bisogno di misericordia. Ma la volontà di Dio è più forte della nostra, e il servitore deve riconoscere che è guidato da una forza che non è la propria. Nel 1960, durante un incontro di dhikr, vidi accadere cose che non sarebbero accadute se Sidi Abou Madyan fosse stato ancora vivo. Compresi allora, con chiarezza, la responsabilità che dovevo assumere e che Dio mi avrebbe chiesto conto anche di ciò che fino a quel momento avevo tollerato senza correggerlo. Accettai di autorizzare il dhikr e l’invocazione del Nome supremo; in seguito resi noto il testamento spirituale di Sidi Abou Madyan. Fu allora che tutto venne alla luce.

Il dhikr, via della grazia

Dio ha avuto misericordia di voi e di noi. Non ci ha chiesto gli sforzi estenuanti degli antichi discepoli, sostenuti da una volontà tenace nella lotta contro la nafs. Conosce le nostre debolezze e le molte preoccupazioni del nostro tempo; per questo ci ha fatto dono del dhikr come via accessibile, insieme all’adempimento delle preghiere. Praticare il dhikr con assiduità, rispettare i doveri religiosi e restare entro i limiti della shari’a purifica il cuore, doma la nafs e ne solleva il velo. Era l’insegnamento di Sidi Abou Madyan (che Dio abbia misericordia di lui). Una volta mi vide sforzarmi oltre misura e mi fermò: «Noi siamo entrati dalla porta della maestà e ci siamo affaticati; tu sei entrato dalla porta della grazia e della bellezza, perciò non fermarti». Questo è il cammino: al posto della forza e dell’isolamento, dhikr e incontri. Per grazia di Dio, la via ha presto illuminato il cuore dei discepoli dalla retta intenzione, non distratti da interessi personali o mondani.

Invocare Dio e riunirsi per farlo non è una novità nell’islam. Il Corano lo raccomanda in ogni circostanza e in ogni stato d’animo. Il dhikr si pratica con la lingua, con il cuore o interiormente, cercando di custodire la consapevolezza della Sua presenza. Dio ha detto: «Coloro che dimenticano di invocare Dio avranno satana per compagno.»

Dio ha detto: «Non obbedire a coloro il cui cuore dimentica di invocarCi e che seguono i propri desideri, perché la loro causa è perduta.»

Ha detto: «Nella creazione dei cieli e della terra e nel succedersi del giorno e della notte vi sono segni per coloro che sanno vedere, coloro che invocano Dio in piedi, seduti e sdraiati, e riflettono sulla creazione dei cieli e della terra.»

Dio ha detto: «Uomini che né il commercio né il baratto distraggono dal ricordo di Dio.»

Ha detto ancora: «Avete nel Profeta (pace e benedizioni su di lui) un modello eccellente per coloro che credono in Dio, nel giudizio ultimo e che Lo invocano molto.»

Anche la Sunna raccomanda il dhikr, da soli o in gruppo, in silenzio o a voce alta.

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «Dio ha detto: sono all’ascolto del Mio servitore quando Mi invoca. Se Mi invoca in se stesso, lo invocherò in Me stesso. Se Mi invoca in un’assemblea, lo invocherò in un’assemblea migliore.»

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «Dio ha un gruppo di angeli che si ferma sopra le riunioni di dhikr sulla terra; approfittate dei giardini del paradiso! Fu chiesto: o Profeta, che cosa sono i giardini del paradiso? Rispose: sono le riunioni di dhikr; andate e venite nel dhikr di Dio!»

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «Tutti coloro che invocano Dio sono circondati da angeli, avvolti di grazia, la pace scenderà su di loro e Dio li nominerà.» Corano e Sunna invitano dunque a invocare Dio, a riunirsi per Lui e ad amarlo. In ogni epoca, la via richiede sincerità e fedeltà: Dio non guarda l’apparenza dei Suoi servitori, ma i loro cuori e le loro azioni.

Domanda: «Che cosa succede se si smette di partecipare agli incontri e di praticare il dhikr? Si rischia qualcosa?» Risposta: «Non accade nulla di particolare: semplicemente non si progredisce. Se il cuore resta chiuso, si perde tempo».

La shari’a, cornice della via

La vita ci parla attraverso i segni. Nella Sua misericordia, Dio cerca di avvicinarci a Sé; siamo noi, spesso, a non saper leggere ciò che ci accade. Le prove e i benefici sono entrambi segni: imparare a riconoscere Dio in essi significa aprire il cuore. E per aprirlo ci si rivolge alla guida e si pratica il dhikr «la ilaha illa Llah». Questa attestazione dell’unità divina ci insegna, poco a poco, a contemplare Dio in ogni cosa e a leggere la nostra vita alla luce di questa ricerca. Dio è presente in ogni gesto: cullare un figlio, preparare da mangiare, lavorare per la pace o per il bene altrui. Il dhikr resta però indispensabile: è la fonte che nutre e solleva la coscienza oltre l’ego.

Nella via non bastano i consigli, né serve vantarsi di averli seguiti: occorre che diventino parte della nafs e della condotta. Si diceva un tempo: «La rettitudine interiore vale più di mille dignità». A uno gnostico fu chiesto perché alcuni discepoli si fossero allontanati da lui. Rispose: «Il mio cuore è legato alla shari’a; chi non la rispetta si allontana da me».

I principi della Legge sono semplici e radicati nel Corano e nella Sunna. Se ne trovano le regole nei libri di teologia, ma anche nell’esempio degli uomini di Dio, nelle loro parole, nei loro atti e nel loro comportamento.

Per l’uomo, la shari’a è la via migliore e la Sunna del Profeta (pace e benedizioni su di lui) ne è la guida.

Dio ha detto: «Tutto ciò che il Profeta vi ha portato, prendetelo, e tutto ciò che vi ha vietato, non fatelo.»

Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «Vi ho lasciato su una grande via bianca, di notte come di giorno: è il Libro di Dio e la Sunna del Profeta. Se ne allontanano solo gli sviati.»

Perciò il mio testamento potrebbe limitarsi a ricordarvi ciò che l’islam e il Profeta ci hanno insegnato. Sul piano giuridico, si risponde degli errori e delle colpe altrui solo nella misura in cui si sarebbe potuto intervenire o dare un consiglio. Il destino della creazione è nelle mani del Creatore, che giudicherà: nella Sua misericordia può perdonare, oppure punire. Per il credente, la condizione migliore è lavorare con purezza d’intenzione, senza perseguire il proprio interesse. (…)

Un hadith dice: «I cuori dei servitori sono tra le due dita di Dio; Egli li volge come vuole.» Il Profeta pregava così: «O Dio, Tu che volgi i cuori, fissa il mio sulla Tua religione!.»

Nessun grado di sapere o di conoscenza può cambiare il decreto stabilito da Dio dall’eternità. Qualunque sia la sua elevazione, ogni uomo resta infinitamente lontano dalla stazione del Profeta.

Il Profeta disse anche: «Per Dio, non so ciò che Dio farà di me, né ciò che farà di voi, a meno che non mi avvolga della Sua grazia.» Forse fu anche pensando a queste parole che ʿUmar pronunciò la frase tramandata dalla tradizione: «Piacerebbe a Dio che la madre di ʿUmar non lo avesse messo al mondo e che egli non avesse conosciuto né l’esistenza né gli uomini!» (parole di timore reverenziale). (…)

Vi è stato raccomandato di praticare molto dhikr: purifica il cuore e garantisce «la vita e la sua sera». Quale rimedio, a parte il dhikr, potrebbe essere utile a un cuore i cui lati sono oscurati e il cui specchio è annerito? E quale medicina al di fuori del dhikr può restituire all’interno dell’essere la sua purezza e la sua stabilità? Ogni cosa ha un rimedio, e il rimedio dei cuori è l’invocazione (la ilaha illa Llah). Il dhikr influenza l’anima e agisce sui sensi, permette al credente di vivere una «buona vita» e di essere adorno di un comportamento migliore. Il dhikr del cuore allontana da ogni preoccupazione mondana e dalle deviazioni, così come da molte cose che non corrispondono al grado dei fedeli sinceri. Dio ha detto: «Coloro che erano morti e che Noi abbiamo resuscitato e a cui abbiamo dato una luce per camminare tra gli uomini, sono forse come coloro che sono nell’oscurità e che non ne usciranno?.»

Gli incontri e la compagnia

Quando il dhikr nasce da un cuore puro, illuminato dalla fede, satana non trova più accesso. I segreti e le luci divine che talvolta si manifestano al discepolo hanno una funzione precisa: sostenerlo nel cammino e accrescere il desiderio di conoscere Dio. Non bisogna però inseguirli né lasciarsene distrarre: la realtà dello spirito supera l’intelletto umano. Come dice l’hadith: «Parlate agli uomini secondo ciò che possono comprendere. Volete forse smentire Dio e il Suo Profeta?» Chi comincia a intravedere questi segreti li accolga con rispetto, ma senza sopravvalutarli; resti vigile e non oltrepassi i limiti della religione. La sincerità piena nasce quando il comportamento esteriore concorda con lo stato interiore e ogni gesto scaturisce da ciò che si porta nel cuore. È questa l’educazione che Sidi Abou Madyan seppe impartire (che Dio abbia misericordia di lui). (…)

La ’imara non è un fine da perseguire. È ammessa solo quando chi ascolta il dhikr o la recitazione coranica non riesce più a contenere i propri sentimenti, desideri e stati interiori, che si manifestano all’esterno senza volerlo. In quel momento lo si lasci vivere ciò che gli accade, finché ritrovi lucidità e stabilità. La differenza è netta: uno stato può manifestarsi per volontà di Dio oppure essere provocato artificialmente dal discepolo.

Vi consiglio di essere presenti agli incontri: senza compagnia, affetto e frequentazione dei fratelli non c’è educazione spirituale. La presenza regolare trasmette vita e purezza, aiuta a domare la nafs e a cambiare condotta. Permette anche di spezzare vecchie abitudini e di acquisire quelle qualità che conducono alla felicità e alla purezza. Tra voi ci sono giovani che avevano perso ogni speranza: non vedevano più nulla di positivo e si sentivano sprofondare nella disperazione. La vita, pur vasta, si era fatta angusta ai loro occhi. Con la via hanno ritrovato luce, quiete e pace; hanno gustato i benefici della fede e la serenità dell’anima, senza cui non c’è vera felicità. Quando la grazia di Dio tocca il cuore, l’uomo scopre questa verità e conosce una felicità che gli fa vedere purezza e gioia nel mondo, nonostante i suoi vizi. Allo stesso modo, la collera di Dio, quando scende, diventa un inferno insopportabile. Le riunioni di dhikr favoriscono questa vita spirituale quando restano libere da interessi personali, mondani e da ogni vizio. La luce della fede è un segreto che si trasmette soltanto ai cuori puri e sinceri. Imparerete così a dare a ogni cosa il suo posto e a non lasciare che le preoccupazioni del lavoro o del mondo invadano gli incontri: diventerebbero un ostacolo. Durante gli incontri, il faqir riceve secondo la purezza della propria intenzione. Chi vi si presenta per fare affari o per interesse personale perde proprio là dove altri guadagnano. Chi invece libera il cuore da ogni interesse e si apre alla trasmissione spirituale trova ciò che cerca e riesce là dove molti falliscono. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «A ciascuno secondo la sua intenzione: chi emigra verso Dio e il Suo Inviato, è veramente verso di Essi che emigra, e chi emigra per una cosa di questo mondo da acquisire o per una donna da sposare, è solo per quello che emigra.» Figli miei, fratelli miei in Dio, tali sono dunque i miei consigli. Sappiate che quando vi raccomando una cosa, sono il primo a metterla in pratica, perché Dio mi interrogherà su parole che non ho pensato o su raccomandazioni che non ho applicato. Sappiate che colui che ha superato gli 80 anni, che ha perso la salute e la vista a causa dell’età avanzata, non ha bisogno di notorietà, né di denaro, né di alcuna cosa di questo mondo che gli impedirebbe di dire la verità. È per questa ragione che vi consiglio di applicare le mie indicazioni. Il miglior consiglio che vi do, mentre sono sulla soglia della tomba, è di contare sempre su Dio, in tutti i vostri stati, di praticare prima di parlare e di essere sinceri con Dio per quanto riguarda la vostra pratica spirituale e le vostre parole. Guidate con sincerità, fedeltà e povertà i servitori di Dio verso la religione che Egli ci ha data. «Gloria a Lui, Egli conosce coloro che si dirigono verso di Lui e coloro che si dirigono altrove.»

La sincerità, prova della via

I rapporti tra voi e il lavoro spirituale si fondino su consiglio sincero, confronto, purezza d’intenzione e desiderio del bene. Il Profeta (pace e benedizioni su di lui) ha detto: «La religione è consiglio sincero. A chi, o Inviato di Dio? domandarono i Compagni. A Dio, al Suo Inviato, agli imam e ai credenti, di ogni condizione.»

Vigilate perché satana non vi allontani dalla via e dai fuqarā’. Gli uomini di Dio lo hanno sperimentato: la sincerità nella via, come il mantice che separa le impurità dal fuoco, purifica il cuore. Dio affida questi segreti a chi ha una volontà salda e un’intenzione pura, e cerca la via soltanto per guarire la propria anima. Egli ha detto: «Dio sa che cosa c’è di buono nei vostri cuori e ve ne darà ancora di più.»

Figli miei, fratelli miei in Dio, mettete in pratica questi consigli e pregate Dio di aiutarvi. La sincerità verso Dio e verso i Suoi servitori è indispensabile: da essa comincia la ricerca di Dio e il cammino nella Sua religione. La si riconosce quando parole e opere concordano, quando l’esteriore corrisponde all’interiore. Dio ha detto: «O voi che avete fede, credete in Dio e state con i sinceri.»

La via si trasmette prima con l’esempio, poi con le parole. Chi invita sinceramente a Dio lo fa anzitutto con il proprio lavoro e la propria condotta. Non c’è islam senza impegno su di sé e senza sforzarsi di seguire l’esempio del Profeta e dei suoi Compagni. È questo il combattimento interiore del musulmano. Il Profeta ha detto: «Le ultime comunità riceveranno la stessa cura delle prime.»

La sincerità è un impegno che ogni fedele porta con sé. Cercare Dio con cuore sincero e rispettare le prescrizioni della shari’a sono condizioni che durano quanto il cielo e la terra. Chi desidera seguire il Corano e la Sunna del nostro Profeta è chiamato a farsene carico.

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