Sufismo e islam: qual è la differenza?

La risposta breve: il sufismo non è un’altra religione rispetto all’islam, ne è la dimensione interiore. Domandare «quale differenza c’è tra sufismo e islam» equivale a domandare quale differenza ci sia tra la pratica di una religione e l’approfondimento spirituale di quella pratica. La risposta lunga richiede un po’ di precisione, perché la parola «sufismo» ricopre oggi realtà molto diverse.

La scorza, la polpa e il nocciolo

L’islam si comprende tradizionalmente in tre gradi, esposti nell’hadith dell’arcangelo Gabriele: l’islâm (la sottomissione, le pratiche: preghiera, digiuno, elemosina, pellegrinaggio), l’îmân (la fede, il contenuto della credenza) e l’ihsân (l’eccellenza: «adora Dio come se Lo vedessi, perché se tu non Lo vedi, Egli ti vede»). Il sufismo è la via che prende l’ihsân per oggetto: è la «scienza della purificazione dell’anima» (’ilm at-tazkiyat an-nafs) attinta dalle stesse fonti del resto della religione.

Lo si esprime anche con la metafora del frutto: la Legge religiosa (sharî’a) è la scorza, la fede è la polpa, la contemplazione della presenza divina è il nocciolo. Un nocciolo senza scorza marcisce; una scorza senza nocciolo non porta frutto. Il rapporto completo di questi tre piani è sviluppato nei nostri articoli Il sufismo e l’islam e Il sufismo nel cuore dell’islam.

Che cosa cambia per il praticante

Essere musulmani è già vivere una spiritualità: la preghiera compiuta con presenza, il digiuno vissuto interiormente, sono atti spirituali per natura. Il sufi non è un altro tipo di credente, ma un musulmano che intraprende un lavoro supplementare e metodico sulla propria anima, sotto la direzione di una guida. Questo lavoro si traduce in pratiche che il musulmano ordinario non conosce necessariamente: il dhikr iniziatico trasmesso per autorizzazione, le invocazioni prescritte a dose regolata secondo lo stato del discepolo, la vigilanza interiore (muhâsaba) sui movimenti dell’ego.

Nel senso inverso, nulla di ciò che è specificamente sufi dispensa da ciò che è comunemente musulmano. Uno sceicco della via lo dice sobriamente: «la Legge (sharî’a) è la porta della via (tarîqa)». La distinzione non è dunque tra due religioni, ma tra la religione vissuta e la religione approfondita.

Il caso del «neo-sufismo»

La confusione viene da un fenomeno recente: proposte spirituali che riprendono il vocabolario sufi rivendicando l’emancipazione dalla forma islamica, talvolta con laboratori a pagamento e una promessa di esperienza immediata. Questo «neo-sufismo» seduce perché promette la gnosi senza la disciplina.

Per la tradizione è un controsenso: una via tagliata dalla Rivelazione coranica e dal modello profetico non produce più che emozioni, non una trasformazione. Sarebbe come far passare la tradizione rivelata attraverso il prisma della soggettività personale, invece di adattare il proprio essere all’insegnamento. Il fondo e la forma si proteggono a vicenda: la forma religiosa protegge il viandante dagli smarrimenti del sentire, il fondo protegge la forma dalla sclerosi letteralista.

In pratica, per un occidentale

Questa questione della differenza nasconde spesso un’altra domanda: «fa per me?». Due cose si possono dire semplicemente. Prima di tutto, gustare il sufismo (la sua poesia, le sue musiche, le sue sessioni aperte) non esige nulla; camminare nella via invece presuppone di riconoscere la forma islamica di cui è inseparabile.

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