La sura Ya-Sîn secondo Ibn 'Ajîba (4): «Pace! Parola di un Signore misericordioso»
Indice

«E “Pace” sarà il saluto [rivolto loro] da un Signore misericordioso» (versetto 58).
Giungiamo ora al punto culminante, al gioiello spirituale della sura Ya-Sîn: un versetto considerato da alcuni, come riferisce Ibn ’Ajîba, il cuore stesso di questo «cuore del Corano». Questo versetto, d’una densità straordinaria, descrive l’apogeo della felicità degli eletti in Paradiso.
Analizziamone i termini attraverso le illuminazioni dei maestri sufi riportate da Ibn ’Ajîba.
«Salâm» (pace): più che un’assenza di turbamento
Non è semplicemente la tranquillità o l’assenza di sofferenza. «As-Salâm» è uno dei più bei nomi di Dio, che significa Colui che è esente da ogni difetto, da ogni imperfezione, e la fonte di ogni pace e sicurezza. Ricevere il «salâm» da Dio significa ricevere una partecipazione a questa perfezione divina, essere stabiliti in una sicurezza ontologica assoluta. Ibn ‘Atâ’, citato da Ibn ’Ajîba, dice: «La pace (as-salâm) concerne Colui che è maestoso, d’una immensa gravità». Ciò suggerisce che questa pace è colma della Presenza divina, una pace intrisa dell’immensità e della maestà di Dio, sentita direttamente. È la pace che nasce dalla contemplazione del Reale. Al-Wartajibî aggiunge che questa Pace divina è eterna (azalî al-abad) e mai interrotta per i Suoi servitori. Se è velata in questo mondo, è pienamente manifestata e sperimentata in Paradiso, quando i veli dei sensi sono sollevati. È una pace fondamentale, essenziale, inerente alla relazione restaurata con la Fonte di ogni essere.
«Qawlan» (una parola): l’intimità dell’appello diretto
Il punto cruciale sottolineato da Ibn ’Ajîba e al-Qushayrî è che questo «salâm» è una parola divina diretta, «senza mediatore» (bi-lâ wâsita). Non è un messaggio trasmesso da un angelo o da un profeta, ma Dio stesso che si rivolge ai Suoi eletti. Al-Qushayrî insiste: «affinché si sappia che non è pronunciata dalla lingua di un emissario». È il culmine dell’onore, della prossimità (qurb) e dell’intimità (uns). È la conversazione divina nella sua forma più pura. Questa parola divina non è una semplice informazione: è trasformatrice. Quando Dio dice «salâm», instaura la pace, la conferisce, ne colma il Suo servitore. È una parola creatrice dello stato che enuncia. Grammaticalmente, Ibn ’Ajîba nota che «salâm» può essere considerato un sostituto di «ciò che essi domandano» (mâ yadda’ûn) o una frase nominale implicita. Ciò rafforza l’idea che questa Pace divina sia una delle richieste più elevate della gente del Paradiso, se non la principale, e che sia loro accordata come un dono distinto e fondamentale.
«Min rabbi-l-rahîm» (da un Signore misericordioso)
La fonte di questa pace è esplicitamente menzionata: viene «da un Signore» (rabb). Il termine rabb evoca Colui che educa, nutre, eleva, guida il Suo servitore lungo tutta la sua esistenza e il suo cammino, fino a questa destinazione ultima. È il compimento della relazione di signoria e di servitù, culminante in questa comunione pacifica.
L’attributo scelto qui è «rahîm» (Misericordiosissimo), la forma intensiva della misericordia, quella che tocca i credenti in modo particolare. Come sottolineano al-Qushayrî e Ibn ’Ajîba, la rahma divina qui garantisce che questo stato di pace, di visione e di ascolto diretto è permanente, eterno. La misericordia preserva l’eletto in questa felicità. L’incontro diretto con la Maestà divina potrebbe essere schiacciante, fonte di abbagliamento o di «smarrimento» (dahash). La rahma addolcisce questa esperienza, la rende sostenibile e perfettamente beatifica. La misericordia tempera la Maestà per permettere la comunione.
Come nota un commentatore citato da Ibn ’Ajîba, menzionare qui la misericordia sottolinea che l’accesso a questa stazione non è un diritto acquisito con le opere, ma un dono di pura grazia. «Non è che per misericordia» che vi si giunge. Ciò chiude la porta a ogni forma di orgoglio spirituale e apre quella della speranza, anche per chi si vede peccatore, perché la misericordia di Dio è infinita.
La pace e la visione del Volto
Questo saluto divino è indissociabile dalla ricompensa suprema promessa agli eletti: la visione del Volto di Dio. Ibn ’Ajîba fa il legame con l’hadith in cui Dio Si svela e dice «as-salâmu ’alaykum». Udire la Parola divina direttamente e contemplare la Sua bellezza sono due facce della stessa esperienza di prossimità ultima. Il «salâm» è l’accompagnamento uditivo della visione beatifica, la conferma per la Parola della felicità dell’incontro.
Ibn ‘Ajîba conclude ricordando la possibilità, per certi santi (awliyâ’), di ricevere un’«anticipazione» di questa esperienza già in questo mondo. Dio può sollevare i veli.
Bilancio della serie
La sura Ya-Sîn, esplorata attraverso le ishârât di Ibn ’Ajîba, diventa una mappa per l’anima. Ci rivela le nostre stesse catene (orgoglio, attaccamenti, inconsapevolezza) che ci velano dalla Luce. Usa l’universo come specchio dei nostri stati interiori fluttuanti, mostrandoci la meta della stabilità nella gnosi. Ci presenta la Legge divina come il vascello indispensabile per navigare l’oceano della Realtà, sotto la condotta di una guida e per la grazia di Dio. E ci designa l’orizzonte ultimo: la «Pace» diretta del Signore misericordioso, una comunione intima ed eterna.
Formuliamo il voto che la profonda meditazione della sura Ya-Sîn ci aiuti a sciogliere le nostre catene e ad avvicinarci a questa Pace divina.
Parte precedente: il vascello della Legge; inizio della serie: le catene dell’anima.


