La sura Ya-Sîn secondo Ibn 'Ajîba (3): il vascello della Legge sull'oceano della Realtà

Indice
Calligrafia coranica

Traduzione di un estratto dell’opera del grande maestro sufi marocchino del XVIII secolo, Ahmad Ibn ’Ajîba, e del suo commento al-Bahr al-Madîd («Il vasto oceano»). Versetti da 41 a 44 della sura Ya-Sîn:

«E un segno per loro, che portammo la loro progenie su di un vascello stracarico» (versetto 41).

«E per loro ne creammo di simili sui quali s’imbarcano» (versetto 42).

«Se volessimo li annegheremmo, e allora non avrebbero alcun soccorso e non sarebbero salvati…» (versetto 43).

«…se non da una Nostra misericordia e come temporaneo godimento» (versetto 44).

L’immagine del viaggio per mare è una metafora classica del cammino spirituale, che Ibn ’Ajîba sviluppa con finezza. L’oceano è l’oceano infinito della Realtà divina (haqîqa), i «mari dell’unicità divina (tawhîd) e dell’individuazione (tafrîd)». Nuotare in questo oceano significa immergersi nella contemplazione dell’Unicità assoluta, dove le distinzioni si cancellano. È un’esperienza potente, ma potenzialmente pericolosa. Le onde e le tempeste sono gli stati spirituali intensi e talvolta sconcertanti incontrati in quest’immersione. Ibn ‘Ajîba menziona le «onde dello smarrimento (hayra) davanti alla fierezza maestosa di Dio (jalâl)». Il viandante può essere sommerso dalla grandezza divina, perdere i suoi abituali punti di riferimento, sperimentare stati di annichilamento (fanâ’) che, mal compresi o mal gestiti, possono disorientarlo.

Il vascello stracarico (versetti 41-42)

«E un segno per loro, che portammo la loro progenie su di un vascello stracarico», «e per loro ne creammo di simili sui quali s’imbarcano».

È qui che interviene la sharî’a, la Legge sacra. Per Ibn ’Ajîba, essa è la nave solida e sicura che permette di attraversare l’oceano della haqîqa senza perire. Perché la sharî’a (con le sue preghiere, il suo dhikr, le sue regole etiche, i suoi limiti chiari) fornisce la struttura, la disciplina e il quadro necessari. Essa tiene ancorato il viandante, protegge il suo equilibrio psichico e spirituale, canalizza le energie spirituali e impedisce all’ego di smarrirsi in interpretazioni erronee o in pretese smisurate. È il mezzo ordinato da Dio per raggiungere la Realtà in tutta sicurezza.

Il rischio di naufragio (versetto 43)

«E se volessimo li annegheremmo, e allora non avrebbero alcun soccorso e non sarebbero salvati.»

Se il viandante trascura la sharî’a, se si avventura nelle profondità della haqîqa senza questa struttura protettiva o senza la guida appropriata, rischia il naufragio spirituale. Ibn ’Ajîba menziona esplicitamente il rischio di cadere nella zandaqa, l’eresia sottile, spesso per una cattiva comprensione dell’Unicità che conduce all’abolizione delle distinzioni necessarie tra Creatore e creatura; oppure l’ilhâd: la deviazione, se non la perdita totale della fede, per l’incapacità di integrare le esperienze spirituali intense.

L’assenza di un «grido di aiuto» nel versetto 43 è interpretata da Ibn ’Ajîba come l’assenza di una guida spirituale perfetta (shaykh kâmil). La guida è colei che conosce le correnti e gli scogli dell’oceano spirituale. È il capitano esperto della nave della sharî’a. Senza la sua presenza e i suoi consigli avveduti, il discepolo è lasciato a se stesso di fronte ai pericoli.

La salvezza per misericordia (versetto 44)

«Se non da una Nostra misericordia e come temporaneo godimento.»

In definitiva, anche con il vascello della Legge e la presenza di una guida, la salvezza e l’arrivo in porto, il raggiungimento dell’equilibrio e della perfezione spirituale (kamâl), dipendono in ultima analisi dalla pura Misericordia (rahma) divina. È essa che protegge, guida e permette il «godimento» degli stati spirituali fino al loro pieno compimento.

Parte precedente: la notte, il giorno, il sole e la luna; parte seguente: «Pace! Parola di un Signore misericordioso». Si veda anche della necessità di un maestro.