La sura Ya-Sîn secondo Ibn 'Ajîba (1): le catene dell'anima
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Traduzione di un estratto dell’opera del grande maestro sufi marocchino del XVIII secolo, Ahmad Ibn ’Ajîba, e del suo commento al-Bahr al-Madîd («Il vasto oceano»).
Il suo approccio unico unisce esegesi rigorosa e contemplazione profonda, offrendoci ishârât (allusioni, segni sottili) sulle realtà spirituali velate dietro le parole della sura.
Ibn ’Ajîba rivela qui alcuni dei significati interiori dei versetti 8, 9 e 10 della sura Ya-Sîn, «cuore del Corano»:
«Sì, porremo ai loro colli gioghi che saliranno fino al mento: saranno irrigiditi» (versetto 8).
«E metteremo una barriera davanti a loro e una barriera dietro di loro, poi li avvilupperemo affinché non vedano niente» (versetto 9).
«Che tu li avverta oppure no, per loro sarà la stessa cosa, non crederanno» (versetto 10).
Ibn ’Ajîba, maestro nell’arte delle ishârât (allusioni spirituali), interpreta questi versetti che descrivono lo smarrimento e i segni cosmici come profonde metafore degli stati dell’anima sul cammino verso Dio (sulûk).
1. Le catene dell’anima: l’anatomia del velo spirituale
«Sì, porremo ai loro colli gioghi che saliranno fino al mento: saranno irrigiditi.»
Quando il Corano descrive i miscredenti con gioghi e barriere, Ibn ’Ajîba vi scorge una descrizione precisa degli ostacoli interiori che ci trattengono lontani da Dio.
Non è soltanto un’immagine di prigionia fisica. Spiritualmente, questo giogo rappresenta l’orgoglio e la rigidità dell’ego. Ci impedisce di compiere il gesto fondamentale della sottomissione: chinare la testa, piegare la nostra volontà davanti a quella di Dio. Ibn ’Ajîba precisa che ciò impedisce di chinare la testa «davanti ai santi del suo tempo», a significare il rifiuto di riconoscere l’autorità spirituale, di cercare la guida, di essere umili per imparare. È l’ego che si rizza, mento alto, rifiutando di curvarsi.
2. Le barriere davanti e dietro
«E metteremo una barriera davanti a loro e una barriera dietro di loro, poi li avvilupperemo affinché non vedano niente.»
Queste mura invisibili ci imprigionano in una gabbia temporale e psicologica. La barriera davanti rappresenta la nostra preoccupazione eccessiva per il futuro: le nostre pianificazioni incessanti fondate sui nostri desideri e le nostre paure, i nostri attaccamenti ai beni materiali e alle ambizioni mondane. Queste proiezioni ci impediscono di vivere nella presenza di Dio, qui e ora, e ci velano la Sua guida per il futuro. La barriera dietro simboleggia il nostro attaccamento al passato: i rimpianti, i rancori, ma anche le cattive abitudini radicate, i condizionamenti, i peccati ripetuti che ci tirano costantemente indietro, impedendoci di avanzare sul cammino spirituale. Siamo così bloccati, incapaci di andare verso Dio (davanti) o di liberarci di ciò che ci trattiene (dietro).
3. Il velo e l’accecamento
«Che tu li avverta oppure no, per loro sarà la stessa cosa, non crederanno.»
È la conseguenza diretta di queste catene. Non è la cecità fisica, ma l’accecamento del cuore, dell’occhio interiore (la basîra). L’anima così incatenata diventa incapace di percepire le realtà spirituali, di riconoscere i segni sottili di Dio nella creazione e negli avvenimenti, di udire l’appello interiore a ritornare verso di Lui. È rinchiusa nel mondo sensibile, prigioniera dell’illusione (ghafla, l’inconsapevolezza). Per alcuni, come suggerisce al-Wartajibî, questo velo può persino essere il riflesso di un decreto eterno, una predestinazione allo smarrimento, a sottolineare la profondità insondabile del Mistero divino.
Segue: la notte, il giorno, il sole e la luna (versetti 37-40). Si veda anche l’introduzione allo studio del Corano.



