La nozione di intermediario nell'islam e nel sufismo

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Poche nozioni sono così dibattute, anzi controverse, come quella di intermediario: ha davvero fondamento nell’islam e nel sufismo?

Ricordiamo che in un certo numero di religioni il rapporto con Dio è amministrato da una categoria, talvolta una casta, di esseri umani che chiamiamo «clero». Questa intermediazione poggia su un principio: la religione contiene dei misteri e la diffusione dell’insegnamento religioso sarebbe riservata a chi «sa». La massa dei credenti resta all’oscuro delle sottigliezze di questi misteri, come a volte degli stessi testi sacri, scritti in lingue inaccessibili ai comuni mortali.

Dell’islam si dice comunemente che, non essendovi un clero, non vi sarebbero nemmeno intermediari. (Ci limitiamo qui al sunnismo, dove nessun corpo specifico è designato dal termine clero né da un suo equivalente.) Nessun clero, nessun intermediario. Vediamo da vicino.

Nessun clero, ma forme di intermediazione

In realtà, quando non si circoscrive la nozione di intermediario a una casta di «amministratori del sacro», come la chiamano certi sociologi, ci si accorge che l’intermediazione tra Dio e l’essere umano esiste eccome nell’islam:

L’intercessione dei Profeti e dei santi

Cominciamo col citare il testo coranico. Nella sura Ta Ha si legge:

«In quel giorno nessuna intercessione servirà, fuorché quella di colui a cui il Misericordioso abbia concesso il permesso e di cui abbia gradito la parola.» (Corano XX, 109)

Questo versetto da solo giustifica, nella tradizione islamica, la nozione di tawassul (termine arabo che significa la domanda di intercessione).

Si chiama tawassul la pratica delle suppliche rivolte a Dio implorando il favore, l’intercessione del Profeta e dei santi, vivi o morti; con la certezza, s’intende, che è Allah il solo a dare e a negare.

Vediamo che cosa dicono in proposito le scuole giuridiche (madhhab) dell’islam sunnita.

Nella scuola malichita, il Kitab ash-Shifa del Qadi ’Iyad riferisce quanto segue:

Il califfo abbaside al-Mansur interrogò l’imam Malik durante il pellegrinaggio, in occasione della visita alla tomba del Profeta: ‘Devo rivolgermi alla Qibla per supplicare Dio, oppure posso rivolgermi al Profeta?’ L’imam Malik rispose: ‘Perché non volgeresti il tuo volto verso di lui, dal momento che egli è il tuo mediatore (wasita) e il mediatore di tuo padre Adamo? Volgiti dunque a lui e chiedi la sua intercessione, e Dio farà sì che interceda.’

L’imam Ahmad ibn Hanbal, fondatore della scuola hanbalita, raccomandò da parte sua ai credenti di praticare il tawassul per mezzo del Profeta in ogni du’a, in ogni supplica di richiesta, con questa formula:

«O Allah, mi rivolgo a Te per mezzo del Tuo Profeta, il Profeta della Misericordia (…). O Muhammad! Mi rivolgo con te al mio Signore per la soddisfazione dei miei bisogni.» (riferito da Abu Bakr al-Marwazi nel suo Mansak)

L’imam ibn Hanbal disse pure allo stesso Abu Bakr al-Marwazi: ‘Adopera il Profeta, pace e benedizioni su di lui, come wasila (mezzo) nelle suppliche.’

Ala’ ad-Din al-Mardawi afferma nella sua opera sulla scuola hanbalita: ‘La posizione corretta della scuola hanbalita è che in un du’a è lecito invocare Allah per il tramite di una persona pia; è anzi caldamente consigliato.’

L’imam Shafi’i, da cui la scuola shafi’ita prende il nome, disse per parte sua: ‘Chiedo benedizioni (tabarruk) per mezzo dell’imam Abu Hanifa e visito la sua tomba ogni giorno. Quando ho una richiesta da formulare, compio due rak’at (unità di preghiera) e mi reco alla sua tomba per esporre la mia richiesta ad Allah, in presenza della tomba dell’imam Abu Hanifa. E prima ancora che io abbia avuto il tempo di allontanarmi, Dio mi ha esaudito.’

La domanda di intercessione per mezzo dei santi è invece vivamente contestata dalle correnti letteraliste dell’islam, che la qualificano come culto dei santi. Non entreremo qui in quel dibattito, né nella questione se questa domanda di intercessione costituisca in sé un culto, oppure se certe derive della prima abbiano potuto condurre a quell’associazione o a quella confusione.

Abbiamo dunque visto che la domanda di intercessione, e con essa il ricorso all’intermediazione per veicolare una richiesta a Dio, non è proscritta nell’islam: tale è la posizione dei fondatori delle principali scuole giuridiche dell’islam sunnita. Abbiamo citato solo tre scuole, ma tutte e quattro concordano su questo punto.

L’intermediazione dei maestri spirituali

Veniamo ora all’intermediazione dei maestri spirituali, vale a dire dei maestri educatori (shuyukh at-tarbiyya).

Citiamo ancora una volta il testo coranico. Nella sura della Tavola Imbandita (al-Ma’ida) figura questo versetto, in cui i sufi vedono un’allusione al maestro spirituale:

«O voi che credete, temete Dio e cercate il mezzo (al-wasila) di giungere a Lui!» (Corano V, 35)

Il maestro spirituale è considerato nel sufismo proprio questo mezzo per incamminarsi verso Dio. Il cammino verso la realizzazione spirituale, l’apertura del cuore alle realtà divine, il combattimento contro l’ego (an-nafs in arabo), la trasformazione dell’essere per l’acquisizione delle qualità profetiche: tutto questo richiede la guida di un maestro educatore debitamente autorizzato a farlo.

Una saggezza recita che ‘chi cammina da solo, cammina con Satana’ (o, nella variante, cammina in compagnia del proprio ego).

Neppure il maestro è, a rigore, un intermediario: non compie i riti al posto dei credenti. Al contrario, li orienta verso pratiche spirituali il cui effetto è di avvicinare l’aspirante al suo Signore.

Ciò nonostante, si può parlare di una forma di intermediazione, nella misura in cui il maestro spirituale è un mezzo vivente, che mette al servizio dell’aspirante il proprio influsso spirituale e la conoscenza delle realtà sottili per guidarlo e accompagnarlo sulla via di Dio. Di regola, nessun essere giunge alla realizzazione in Dio senza l’intervento di una guida spirituale; è in questo senso che si può parlare di intermediazione. Il maestro sarebbe allora, più esattamente, un mediatore (wasita). È questa la vocazione stessa dei maestri della Tariqa Qadiriya Boutchichiya, una via in cui questa guida educativa si vive nel presente.

Ibn Khaldun (1332-1406), uomo di Stato, giurista ed eminente autore di opere di scienze sociali, tra cui il suo Libro degli Esempi e la Muqaddima, ci dice nella sua opera dedicata al sufismo, tradotta in francese con il titolo La voie et la loi ou le maître et le juriste, che il maestro è necessario per condurre il combattimento dello svelamento, vale a dire del levar del velo che ci separa dalla Realtà divina. Dopo aver evocato il combattimento della pietà e il combattimento della rettitudine, descrive così il combattimento dello svelamento, che considera il più elevato:

«Resta il combattimento dello svelamento (kashf) e della contemplazione (mushahada), che si propone come fine il levar del velo e l’apprensione del mondo spirituale e del Regno dei cieli e della terra. Esso ha bisogno di un maestro-educatore (al-mu’allim al-murabbi) che si designa col nome di shaykh, un bisogno avente carattere di obbligo e di necessità per colui solo che vi si impegna; senza questo shaykh è impossibile, di regola, che questa impresa abbia luogo.»

Nella parte restante dell’opera ne espone poi le ragioni.

La vocazione del maestro spirituale consiste dunque nell’orientare il cuore del proprio discepolo verso la Presenza divina, ciò che il discepolo non può fare da solo. Tocchiamo qui una nozione centrale del sufismo, posta al cuore della relazione maestro-discepolo; una nozione spesso incompresa, perché difficile da esplicitare, bisogna riconoscerlo, tanto è sottile. Mi riferisco all’orientamento, tawajjuh in arabo.

A questa nozione dedicheremo un prossimo intervento.

Domande frequenti

Esiste un clero nell'islam?

L'islam sunnita non ha un clero in senso stretto. Riconosce tuttavia corpi dotati di autorità religiosa: gli ulema (i sapienti) e gli imam, che insegnano, emettono pareri giuridici e guidano la preghiera.

Che cos'è il tawassul nell'islam?

Il tawassul è la domanda di intercessione: rivolgere una supplica a Dio chiedendo l'intercessione del Profeta o dei santi, nella certezza che solo Dio risponde. Le quattro scuole giuridiche sunnite ne ammettono la liceità.

Che ruolo ha il maestro spirituale (shaykh) nel sufismo?

Il maestro educatore (shaykh at-tarbiyya) guida il discepolo sulla via verso Dio: non compie i riti al suo posto, ma trasmette un orientamento spirituale (tawajjuh) e la conoscenza delle realtà sottili senza la quale la realizzazione, di regola, non si raggiunge.

L'intercessione dei santi è permessa nell'islam?

Il tawassul attraverso il Profeta è ammesso dalle quattro scuole giuridiche sunnite. La richiesta di intercessione per mezzo dei santi, praticata nella tradizione sufi, è contestata dalle correnti letteraliste dell'islam.