Sidi Hamza o l'insegnamento vivente
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A partire dal XII secolo, il sufismo si è espresso attraverso le confraternite, conosciute col nome di tarîqa, « la via ». Fondata essenzialmente sulla nozione di compagnonnage, la tarîqa si organizza attorno a una guida spirituale da cui i discepoli vengono a raccogliere l’insegnamento. Il senso stesso della tarîqa riposa su questa relazione educativa. La guida è riconosciuta come tale per il suo alto grado di realizzazione spirituale, che ne legittima la posizione di educatore, mentre il discepolo lo è per il suo desiderio di « camminare » nella via della conoscenza interiore. Il ruolo della guida è di « prendere per mano » coloro che lo desiderano per condurli verso Dio. D’ora in poi il sufismo non è più dunque la pratica austera degli inizi dell’islam, vissuta nella solitudine e nella povertà, perché si vuole un sostegno di meditazione praticabile nel mondo.
Splendore di una presenza
La prima organizzazione confraternita risale a ’Abd al-Qâdir al-Jîlânî (1077-1166), attorno al quale fu fondata la tarîqa Qâdiriyya. Sidi Hamza al-Qâdirî Bûtshîsh, nato nel 1918 in Marocco, ne è il discendente diretto, sia per il sangue sia per il riconoscimento iniziatico. Dopo studi teologici a Oujda, Sidi Hamza aveva appena 19 anni quando incontrò un grande mistico, Sidi Abû Madyan (1873-1957), che divenne la sua guida spirituale e quella di suo padre, Hajj ’Abbâs (1890-1972). Dopo quattordici anni di compagnonnage presso il loro maestro, Sidi Hamza e suo padre raggiunsero le vette più alte dell’esperienza spirituale e divennero a loro volta atti a trasmettere questa educazione. Alla morte di Sidi Abû Madyan, la guida della confraternita tornò al padre per una decina d’anni, poi al figlio, Sidi Hamza, nel 1972.
Le persone che hanno incontrato quest’ultimo riconoscono in lui un essere particolare, che le ha colpite non solo per la sua statura imponente, ma soprattutto per l’intensa luce che emana da lui e per l’infinita bontà del suo sguardo. Due dei suoi discepoli hanno potuto dire di lui:
« Il suo volto era illuminato, il suo sguardo aveva la profondità di un pozzo. Stava in piedi, superava l’assemblea di tutta la sua altezza. Era un uomo non come gli altri: la prima volta che lo vidi non conoscevo nulla della sua dimensione spirituale, eppure, a occhio nudo, la differenza con gli altri era evidente ».
« Quando ho visto Sidi Hamza, il suo volto raggiava a tal punto che non vedevo che le sue sopracciglia, il cui colore scuro staccava sul resto. Ogni paragone poetico di questo volto con la luna è insufficiente a descrivere lo splendore di cui si tratta »1.
Il posto dell’invocazione
L’insegnamento di Sidi Hamza si caratterizza per un rinnovamento dell’educazione spirituale. « Il sufi è figlio del suo tempo », dice un adagio sufi. È ciò che Sidi Hamza illustra accordando il suo metodo educativo alle condizioni della nostra epoca, per raccogliere la sfida di reincantare i cuori in un mondo sempre più disumanizzato.
Un primo passo fu dunque quello di alleggerire la pratica spirituale. In precedenza, nel contesto del sufismo classico, la pratica includeva spesso il portare un vestito austero, un nutrimento frugale e, a volte, ritiri di parecchi mesi in rottura col mondo. Si trattava di esercizi volti a purificare il cuore e a dominare l’ego. Nella via di Sidi Hamza, purificazione e trasformazione dell’anima restano all’ordine del giorno. Tuttavia, lo strumento prescelto per giungervi è la pratica dell’invocazione, individuale e collettiva. La pratica individuale consiste nello sgranare un rosario a casa propria, mattina e sera. Si tratta dell’invocazione quotidiana del wird2, parola che si può tradurre con « l’abbeveraggio ». Come un’acqua benefica, gli « abbeveraggi » del mattino e della sera permettono al discepolo di gustare i sapori della via. Questa esperienza si rafforza nelle riunioni collettive, che comprendono invocazioni ad alta voce, insegnamenti spirituali e, in chiusura, canti. Il posto dei canti in questa confraternita è importantissimo: non solo il loro contenuto poetico è un sostegno pedagogico per il discepolo, ma il canto in sé va a toccare gli spazi infiniti del suo essere.
Da sempre, l’educazione spirituale offerta dalle confraternite sufi ha rappresentato uno spazio complementare al sistema educativo ufficiale. Il ruolo delle istituzioni ufficiali, conosciute col nome di madrasa, è stato, fino ai giorni nostri, quello di sviluppare le facoltà di comprensione del mondo sensibile grazie agli strumenti della ragione. Le confraternite, da parte loro, hanno permesso di sviluppare l’apprensione del mondo interiore attraverso la purificazione del cuore.
« C’è un organo, diceva il Profeta dell’islam, che, quando è risanato, permette a tutto il corpo di essere sano e, quando è corrotto, trascina la corruzione di tutto il corpo. Quest’organo è il cuore ». Tutta l’etica sufi prende da qui il suo senso. Quest’etica non riposa su un insieme teorico di valori, ma sulla trasformazione dell’essere, resa possibile dagli esercizi e dalla guida spirituali. Essa s’innesta nel soffio divino che il figlio di Adamo porta in sé. Il bene, il bello, la misericordia e l’amore diventano allora zampilli dell’essere trasformato dall’incontro con il suo Ben-Amato.
Al di là delle identità esteriori, esiste un’identità da scoprire. Dietro l’apparenza delle identità molteplici si nasconde un’identità spirituale da realizzare. Si tratta di ritrovare quest’identità in sé e di vederla negli altri, affinché si propaghi il « bello agire », come lo chiamano i sufi sull’esempio del Profeta.
Purezza dello sguardo
All’epoca del sufismo classico, l’accesso all’insegnamento di una guida spirituale era riservato a un’élite. Il rinnovamento insufflato da Sidi Hamza ha aperto le porte a ogni persona sincera nella sua ricerca del sacro. L’espansione del risveglio spirituale che ne deriva rappresenta una grande ricchezza per l’umanità. In effetti, in un contesto di globalizzazione e di pluralismo, un comportamento di bello agire, come insegnano i sufi, è essenziale per l’edificazione di rapporti armoniosi. In questa prospettiva, la confraternita di Sidi Hamza contribuisce alla fioritura del vivere insieme attraverso l’educazione spirituale, invitando ognuno a rispettare il prossimo e a consacrare le proprie capacità critiche per smascherare le astuzie del proprio ego. Tale è l’insegnamento che questa parola di Sidi Hamza consegna: « Non disprezzare né l’ebreo, né il cristiano, né l’ateo! In compenso, sii vigilante verso il tuo stesso ego, perché è proprio lui il tuo unico nemico! ».
Ecco ancora un mazzo di parole di Sidi Hamza, che ci invita instancabilmente verso questa presenza della coscienza divina in noi:
« Il santo vede il buono in ogni uomo, conformemente alla sua vera natura. Vede ogni essere nella sua essenza ».
« Siamo tutti della stessa essenza. Siamo tutti di una sola luce, non c’è distinzione, c’è solo la riunione ».
« Il difetto e la bruttezza non sono nelle cose e negli esseri, ma nell’impurità del nostro sguardo su di essi ».
Il rapporto con l’unità si effettua in una relazione diretta del vivente al Vivente. Ora, una tale percezione non può sopravvenire che attraverso un’apprensione sintetica della creazione. Così la creazione, essa stessa vivente, partecipa alla sinfonia spirituale che attesta un Dio unico. Tuttavia, la tragedia dell’essere umano è che l’apparenza del mondo gli vela la presenza unificatrice, in ogni cosa, dell’Essenza divina. L’anima, tiranneggiata da certi aspetti del mondo, trova una vera guarigione nella prospettiva spirituale dell’islam, di cui il sufismo, « cuore dell’islam », è l’espressione. Le esalazioni sacre della pratica spirituale purificano lo sguardo e lo orientano verso questa visione sintetica della creazione, al di là della sua diversità. Solo uno sguardo così purificato può infatti garantire un autentico rispetto verso l’altro, questo altro che in realtà non è che me stesso.
Karim Ben Driss

Per approfondire
- Parole di Sidi Hamza sul cammino e il cuore
- La dimensione universale di Sidi Hamza
- Il testamento spirituale di Sidi Hamza
Footnotes
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Questa testimonianza allude a un poema sufi che tenta di descrivere il volto del Ben-Amato: « Ho visto il crescente di luna e il volto del Ben-Amato. Due astri mi sono apparsi e non so quale dei due mi abbia annientato: il crescente lunare o il volto umano ». Si veda in proposito: K. Ben Driss, Le renouveau du soufisme au Maroc, éd. Al Bouraq/Archè, 2002. ↩
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Rituale sufi consistente nel ripetere a bassa voce nomi divini, certe formule coraniche e preghiere sul Profeta. È proprio di ogni confraternita, che ne indica le diverse modalità di applicazione. ↩



