A proposito del barzakh (2/3): la shahâda, barzakh dottrinale

Parte 2 di 3 · À propos du barzakh

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Opera dell'artista Adam Williamson

La natura bifacciale di Giano che è propria del barzakh, la sua doppia funzione di giunzione e di separazione in senso verticale, si traduce sul piano orizzontale con le alternanze dell’espansione e della concentrazione. Sono evidentemente altrettanti aspetti dello stesso complementarismo. Ricondotto a un’espressione logica elementare, si possono rappresentare queste dualità rispettivamente con l’affermazione e la negazione.

La shahâda, barzakh dottrinale per eccellenza

Ciò ci conduce a un’applicazione corrispondente della formula della shahâda: lâ ilâha illâ’Llâh («non vi è divinità se non La Divinità»), che essa stessa può essere chiamata il barzakh dottrinale per eccellenza. La traduzione parola per parola è la seguente: lâ = non; ilâha = divinità; in = se e lâ = non (contratto in illâ = se non); Allâh = La Divinità. Secondo i grammatici arabi, il nome Allâh è esso stesso originariamente composto dell’articolo determinativo al e del sostantivo ilâhu (forma nominativa di ilâha, accusativo).

Si divide generalmente la formula in due parti di cui la prima, lâ ilâha, è chiamata an-nafî (la negazione) o as-salb (la soppressione), e la seconda parte, illâ’Llâh, è chiamata al-ithbât (l’affermazione). Ma per applicare la shahâda ancora più esplicitamente alla teoria del barzakh, la si suddividerà in tre parti: lâ ilâha, illâ e Allâh. E per rendersi meglio conto della natura dell’istmo illâ, che è così situato tra il «mare» della negazione (lâ ilâha) e il «mare» dell’affermazione (Allâh), lo si decomporrà nei suoi elementi costitutivi: la particella in (se), che esprime una condizione, e lâ (non), che esprime una negazione.

Ora, quando si sarà compreso che la particella in è un’affermazione condizionata, poiché ridà a ilâhun (forma nominativa di ilâha) la realtà, a condizione che questa non sia altra che la Realtà di Allâh, si noterà che l’affermazione e la negazione sono contenute in illâ in ordine inverso rispetto alla negazione e all’affermazione che «incorniciano» per così dire la formula intera.

Questo rovesciamento non è naturalmente una semplice questione di ordine delle parole, perché, come abbiamo appena indicato, la particella in è il «punto di riflessione» per la grazia di Allâh che si estende fino all’illusorio ilâhun, ciò di cui ci si può rendere conto sostituendo il termine ilâha con una nozione positiva qualunque: questa sarà allora negata in quanto si afferma, almeno illusoriamente, accanto all’ipseità di Allâh, e sarà affermata appena s’identifica essenzialmente o principialmente all’ipseità di Allâh.

D’altra parte, il secondo elemento di illâ, la particella negativa lâ, si presenta in certo modo come il «punto di riflessione» della prima parte della shahâda, costituita dalla negazione lâ ilâha: il primo lâ della formula nega la nozione di «divinità» espressa dalla forma indeterminata ilâhun, mentre il secondo lâ singolarizza questa stessa nozione nella forma determinata Allâh (La Divinità), che simbolizza qui la non-paragonabilità, e non la determinazione in senso restrittivo di questo termine.

L’espressione illâ mostra dunque molto chiaramente le due funzioni del barzakh, che consistono da una parte nella mediazione in senso «ascendente», vale a dire nel passaggio dal manifestato al non manifestato, passaggio o trasformazione che attraversa sempre il punto cieco di un’estinzione o di una morte; e questo punto è al tempo stesso il punto di rovesciamento dei rapporti.

La shahâda mostra che questi due aspetti apparentemente opposti sono integrabili nella concezione della «non-alterità», concezione che supera evidentemente il dominio della ragione e che, proprio per questo, dà alla sua espressione, la shahâda, una certa apparenza di pleonasmo.

L’Uomo universale, barzakh per eccellenza

I differenti aspetti del barzakh sono rappresentati, d’altra parte, nel tracciato del sigillo di Salomone, e ciò ci conduce a considerare il rapporto del barzakh con «l’Uomo universale» (al-insân al-kâmil) che, esprimendo l’analogia costitutiva del microcosmo e del macrocosmo, è bene il barzakh per eccellenza, o, ciò che torna allo stesso, il simbolo per eccellenza.

L’Uomo universale, nell’islam, è Muhammadun, che comprende in sé tutto il hamd, l’aspetto positivo dell’esistenza. I nomi più essenziali del Profeta dell’islam sono: ’Abd Allâh, «servitore di Allâh»; Ahmadun, «il migliore dei glorificanti»; Muhammadun, «il migliore dei glorificati». Ahmadun è considerato come l’aspetto esoterico di Muhammadun.

Il ruolo di barzakh di Muhammadun è espresso dalla seconda delle due shahâda: Muhammadun rasûlu’Llâh, «Muhammad è l’Inviato di Allâh». Quando si confrontano le due formule fondamentali, lâ ilâha illâ’Llâh e Muhammadun rasûlu’Llâh, è da notare che, nella prima, il barzakh appare soprattutto sotto il suo aspetto trasformatore (illâ = se non), e, nella seconda, sotto il suo aspetto di mediatore e di conservatore (rasûl = inviato).

Menzioniamo ancora, dopo queste considerazioni, un’interpretazione sufia del versetto della sura ar-Rahmân: «Ha lasciato liberi due mari affinché si incontrassero e, fra loro, vi è una barriera che non possono oltrepassare» (Corano LV, 19-20). L’interpretazione in questione si riferisce all’Uomo universale e consiste nell’affermazione che il Profeta è l’«istmo», e che i «due mari» sono rispettivamente sayyidinâ ’Alî, il khalîfa (luogotenente) esoterico per eccellenza, e sayyidatinâ Fâtima, figlia del Profeta, sposa di ’Alî e considerata dalla Tradizione come donna perfetta.

Di Titus Burckhardt.

Opera dell’artista Adam Williamson

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