A proposito del barzakh (1/3): l'istmo tra i due mari

Parte 1 di 3 · À propos du barzakh

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Opera dell'artista Adam Williamson

Un esempio molto esplicito del duplice senso dei simboli è dato dall’impiego dell’espressione «barzakh» nel sufismo. La parola barzakh è generalmente nota per designare, in teologia, un certo stato intermediario nell’evoluzione postuma dell’essere umano. Ma la dottrina sufia le dà una significazione molto meno ristretta, basandosi del resto strettamente sull’interpretazione metafisica dei versetti coranici che contengono questo termine. Uno dei versetti si trova nella sura ar-Rahmân: «Ha lasciato liberi due mari affinché si incontrassero, ma fra loro vi è una barriera che non possono oltrepassare» (Corano LV, 19-20). Un altro si trova nella sura al-Furqân: «Egli è Colui che ha fatto confluire le due acque: una dolce e gradevole, l’altra salata e amara, e ha posto tra loro una zona intermedia, una barriera insormontabile» (Corano XXV, 53).

Secondo certe interpretazioni, i due mari simboleggiano rispettivamente la quiddità e le qualità, o, in altre accezioni, il manifestato e il non manifestato, l’informale e il formale, la conoscenza immediata e la conoscenza teorica… In definitiva, i due mari possono rappresentare due gradi più o meno elevati, ma sempre consecutivi, della gerarchia dell’Essere.

Il barzakh: tramezzo o mediatore

Quanto al barzakh, che, per una prospettiva esteriore, deve avere necessariamente il senso definito di «tramezzo», di «elemento separativo», non può essere che questo per una prospettiva che gli applichi il principio della non-alterità. Quando lo si considera sotto il rapporto della sua situazione ontologica, non può apparire come semplice tramezzo che dal punto di vista del grado di minore realtà, mentre, visto «dall’alto», deve essere il mediatore stesso tra i due mari. Lo si potrebbe dunque paragonare a un prisma che scompone la luce integrale di un mondo superiore nei colori vari di un mondo inferiore, o ancora a una lente che concentra i raggi dall’alto filtrandoli per un solo punto d’inversione. Il barzakh non è dunque separazione che in quanto è esso stesso il punto di nascita di una prospettiva separativa, agli occhi della quale si presenta come limite. E ciò ha del resto un’analogia in ciò che si chiama il «punto cieco» nell’occhio corporeo, nel luogo stesso dove il nervo visivo lo perfora.

Il barzakh come polo (qutb) e il cuore

Queste considerazioni sui due aspetti complementari del barzakh spiegano sufficientemente perché questa espressione sia talvolta impiegata come sinonimo del polo (qutb). «Ciò che si chiama il barzakh di un qualche dominio dell’esistenza, dice Muhammad Tâdilî (1870-1957), non è altro che il polo che regge questo dominio e gli dà la sua crescita». Come risulta dall’espressione «crescita», Tâdilî considerava soprattutto le applicazioni cosmologiche della teoria del barzakh: «A immagine della gerarchia dei mondi contenuti nel macrocosmo, ogni mondo o grado dell’individualità umana è presieduto da un barzakh, così come ogni facoltà umana è retta da un tale polo».

Ciò si constata più facilmente nelle facoltà di concezione mentale, dove i barzakh costituiscono i perni dei complementari «soggetto» e «oggetto», come nelle facoltà di percezione sensibile. «Tutti i barzakh dell’uomo, dice inoltre Tâdilî, dipendono dal suo barzakh centrale, che è il cuore (qalb), mediatore tra i domini dello Spirito (rûh) e dell’anima individuale (nafs)». Del resto, l’aspetto fisico del cuore esprime molto chiaramente questi differenti caratteri perché, secondo Tâdilî, «si possono rappresentare simbolicamente questi barzakh della gerarchia umana come altrettante punte inafferrabili da cui emana una vibrazione luminosa, alternata di concentrazione e d’espansione, continuamente e spontaneamente. Ogni pulsazione di un barzakh produce una trasformazione della luce vitale. Perché questa trasformazione non si rovesci e non divenga, per negligenza individuale, fatalmente “discendente”, deve essere sempre determinata dall’orientamento spirituale e sostenuta da mezzi come il dhikr (invocazioni di nomi divini), o da metodi che rilevano della scienza della respirazione». Questi metodi si basano del resto, a un certo punto di vista, sull’analogia tra le fasi della respirazione e la pulsazione dei barzakh.

Quanto al dhikr, è da notare che questa parola significa anche «richiamo», «ricordo», il che permette di considerare delle analogie tra l’invocazione e l’appello al barzakh della memoria, situato tra i «mari» del ricordo e dell’oblio.

Di Titus Burckhardt.

Opera dell’artista Adam Williamson

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