Sidi Abû Madyan al-Qadiri (1873-1957), il maestro di Sidi Hamza
Sidi Abû Madyan al-Qadiri al-Boutchichi (1873-1957), chiamato anche Sidi Boumediene ben al-Mnawwar, è il maestro che reintrodusse il segreto spirituale (sirr) nella discendenza boutchichi, dopo generazioni in cui la via di famiglia non era più che una via di benedizione. Senza di lui, nessun Sidi Hamza e nessuna via Qadiriya Boutchichiya come esiste oggi: fu lui a trasmettere l’iniziazione a Sidi al-Hajj al-Abbas e a suo figlio.
Da non confondere con il suo illustre omonimo, Abû Madyan Shu’ayb (1126-1198), il grande maestro di Béjaïa da cui risale la discendenza Shadhiliyya.
Una discendenza prestigiosa che non bastava
Nato nel 1873 nel luogo detto Tarharabt, nella regione di Taghjirt nel Marocco nord-orientale, figlio di Sidi al-Mnawwar, Sidi Abû Madyan apparteneva a una stirpe di santi e fondatori di zāwiya: cherif, discendente del Profeta (pace e benedizioni su di lui), fece gli studi a Madagh e ricevette negli anni 1900 l’insegnamento qadiri di suo cugino Sidi al-Mukhtar (1853-1914), terzo del nome. Fu al suo fianco nel 1907, nella resistenza alla penetrazione dell’esercito francese condotto da Lyautey nei Beni Snassen. Per lunghi anni condusse poi una pratica di culto intensa ma esteriore, persuaso di doversi soltanto attenere alla via degli antichi, vivendo ritirato sui monti.
Sidi Hamza racconta così la svolta. Sidi Abû Madyan aveva l’abitudine di rendere visita ai foqara Darqawa della regione della zāwiya di Sidi al-Habri, non per imparare da loro, ma perché toccato dalla loro ospitalità. La maggior parte era analfabeta; le loro conversazioni contenevano tuttavia sensi così sottili sulla Realtà dell’Essere che egli divenne sempre più attento. «Un giorno prese improvvisamente coscienza del sonno in cui era avvolto. Questa gente, si disse, è arrivata a tali vette di spiritualità, mentre noi siamo immersi in una completa incoscienza». Da quel momento, disse, un fuoco si era acceso in lui.
La ricerca del segreto
Cercò allora a lungo un maestro capace di istruirlo in quella conoscenza, senza preoccuparsi del prestigio di cui godeva: una sola cosa gli importava, avvicinarsi alla Verità. Nel corso degli incontri, diversi maestri gli trasmisero ciò che gli era destinato. Due ebbero un ruolo decisivo: Sidi Ben Ariane, della Tijaniyya, la cui santità era così ben dissimulata da essere annoverato tra i Malâmatî, gli «uomini del biasimo»; e Sidi Ahmed Lahlou, discepolo dello sceicco Shadhili Sidi Muhammad ben Ali.
La sua ricerca si concluse con l’acquisizione del pieno accesso al sirr e dell’autorizzazione (idhn) a trasmettere l’iniziazione. Fece la sintesi di questi insegnamenti e ravvivò la via Qadiriya dei suoi antenati: la discendenza boutchichi ridivenne una via del segreto, dopo essere stata a lungo una via di tabarruk, di benedizione senza funzione di guida.
Un maestro esigente
Sidi Abû Madyan non amava la moltitudine. «Una manciata di api vale più di uno sciame di mosche», diceva, e anche: «Questo caro segreto, mi sono affaticato per ottenerlo, e non lo darò se non a chi lo merita davvero». Il suo insegnamento si poneva sotto il segno della Maestà (jalâl): prove preliminari, esigenza, divieto di ogni lettura sul sufismo tranne le Hikam di Ibn ‘Atâ’ Allâh, perché è meglio fare esperienza delle cose che farsene un’idea preconcetta, la quale potrebbe essa stessa diventare un velo.
La trasmissione a Madagh
Nel 1942 scese dai monti per stabilirsi a Madagh, su invito di Sidi al-Hajj al-Abbas. Padre e figlio divennero suoi discepoli a un mese di distanza. La sua pedagogia era diretta: chiedeva al notabile Sidi Abbas di servire il tè ai foqara per liberarlo dal suo ego, e diceva di questo metodo: «Noi siamo entrati dalla porta della Maestà e ci siamo affaticati; tu sei entrato dalla porta della Grazia e della Bellezza».
Al giovane Sidi Hamza riservava un affetto particolare: «Questo amore che ho per te è quello che provava il profeta Giacobbe per suo figlio Giuseppe». Gli capitava di bussare alla sua porta solo per vederlo un istante, e alludeva a ciò che sarebbe stata «la sua epoca» e al ruolo che il giovane vi avrebbe assunto.
Alla sua morte aveva chiaramente designato Sidi Abbas come erede del segreto, senza che costui lo sapesse pubblicamente. Il seguito della storia, i tre anni di silenzio e poi la direzione assunta nel 1960, appartiene alla vita di Sidi al-Hajj al-Abbas.
