Dalla dottrina all'esperienza
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Situato al cuore della tradizione musulmana, il sufismo riprende nei suoi fondamenti l’integralità dei princìpi dell’islam, mettendo più particolarmente l’accento sull’amore, sullo spogliamento interiore e sull’annullamento dell’io.
La prospettiva metafisica propria del sufismo poggia principalmente su due nozioni:
- da un lato, la necessità di una Realtà suprema, insieme immanente e trascendente, come causa e finalità di tutta la creazione;
- dall’altro, la possibilità offerta all’uomo di trasformare la sua percezione abituale del mondo e di ritrovare la fibra luminosa che dorme in lui.
Dalla Realtà suprema all’esperienza immediata
La Realtà suprema è designata in arabo dalla parola Allâh, che si può tradurre anche in italiano con Divinità o perfino Dio, a condizione di non limitare il significato di queste parole a una concezione antropomorfica, concezione che è stata largamente sviluppata in Occidente. Allâh è infatti al di là di ogni rappresentazione, poiché anima ogni cosa e supera infinitamente ogni forma visibile. La tradizione musulmana considera peraltro le qualità divine come altrettanti nomi per designare le molteplici facce di questa Realtà.
È così che si potranno evocare il Misericordioso, il Generoso, l’Onnipotente, l’Altissimo, Colui che perdona… per caratterizzare i segni della presenza divina nell’universo. I nomi divini permettono pure di ricondurre la molteplicità delle forme, delle azioni e degli esseri al Principio che è all’origine di ogni manifestazione. Ora, per l’umanità attuale, questo legame è molto spesso dimenticato. L’approccio sufi mette in evidenza l’intelligibilità della creazione, in riferimento a questa parola in cui Dio si esprime in prima persona: «Ero un tesoro nascosto, ho aspirato a essere conosciuto, allora ho creato il mondo». Così, la creazione non è un ostacolo alla realizzazione di ciascuno, perché costituisce al contrario il segno più immediato, per l’uomo, dell’ordinamento divino.
Un ancoraggio nel mondo
Se la creazione è dunque sorgente di meditazione, può anche costituire un velo quando è colta per se stessa e non più come simbolo. L’uomo mantiene allora un attaccamento alle cose terrene, che lo rende prigioniero del mondo e delle sue proprie limitazioni psichiche. Questo rischio spiega l’atteggiamento, osservabile in tutte le tradizioni, degli asceti che scelgono di sottrarsi a ogni sollecitazione per proteggersi da tutto ciò che potrebbe essere oggetto di una tentazione.
Una storia sufi illustra bene la fragilità di un aspirante alla Verità che si taglia fuori dai suoi contemporanei: «C’erano due fratelli in cerca della verità. Ciascuno scelse un cammino proprio. Il primo restò in città, dove teneva una bottega di scarpe da donna; il secondo preferì isolarsi in una montagna vicina per consacrarsi completamente alla meditazione. Gli anni passarono e il secondo dei due fratelli, avendo acquisito carismi molto rari, decise di scendere in città e di far visita al fratello. Era accompagnato da un leone che aveva domato, e provocava un panico generale quando camminava per le strade. Il fratello lo ricevette molto calorosamente e fu impressionato dalle imprese che poteva compiere. Questi chiese che si versasse dell’acqua in un’anfora e, quando rovesciò il recipiente, l’acqua non colò, perché l’aveva fatta gelare. Il primo fratello gli chiese di tenere la bottega per un’ora, affinché potesse andare a comprare gli ingredienti per preparare un buon pasto. Dopo qualche minuto, una cliente entrò nel negozio e chiese di provare un paio di scarpe. Il secondo fratello fece del suo meglio e, quando prese il piede della signora per calzarle la scarpa, si sentì l’acqua colare dall’anfora e il leone si mise a ruggire».
Il cammino spirituale del sufi consiste nell’addomesticare progressivamente le emozioni e le passioni che abitano in lui, non facendole assopire illusoriamente con un ritiro dal mondo, ma grazie a una pacificazione interiore che è il frutto di una pratica regolare del dhikr. Può allora percepire il mondo esteriore come la proiezione della sua propria natura, e i vincoli della vita quotidiana diventano il luogo della sua ascesi. L’immanenza della Realtà suprema si gusta a ogni istante, a ogni incontro. La percezione abituale si trasforma, e la natura luminosa della creazione si rivela secondo il grado di ciascuno (si veda «L’insegnamento iniziatico»).
Se gli elementi di dottrina sono necessari per cogliere in profondità i fondamenti teorici della via sufi, l’aspirante è a poco a poco condotto a distaccarsi dai concetti e dai riferimenti librari per lasciare il posto agli aspetti concreti della sua propria presenza sulla terra. Durante le assemblee che si svolgono periodicamente in seno a una tariqa (confraternita sufi), un osservatore esterno potrebbe essere sorpreso dal tenore dei dialoghi che s’instaurano tra i discepoli dopo il lavoro spirituale: si parla del proprio lavoro, della propria vita familiare, dei propri problemi di salute, dei propri progetti di vacanze, senza provare il bisogno di evocare ogni sorta di miracoli o di citare le poesie di questo o quel grande santo sufi. La spiritualità infatti non è più vissuta attraverso il prisma di riferimenti storici, ma in modo diretto e permanente, per il fatto dell’influenza della guida spirituale vivente. Queste conversazioni amichevoli hanno tanta importanza quanto le pratiche spirituali propriamente dette, perché tessono legami sottili di cuore a cuore tra i discepoli.
L’esemplarità del comportamento
La guida, o maestro, perfettamente compiuta è la testimonianza vivente della possibilità offerta a ciascuno di scoprire, durante il suo soggiorno sulla terra, la sua propria luce interiore. Verso i suoi discepoli, essa gioca lo stesso ruolo che il Profeta aveva con i suoi compagni, perché è il «polo» o il riferimento del suo tempo. È l’erede diretto della saggezza del primo dei musulmani, e detiene l’autorizzazione divina per comunicare questa Realtà a coloro che sono predisposti a riceverla. «Il maestro non è colui le cui parole ti trasportano, è colui la cui presenza ti trasforma», dice una sentenza sufi per situare il ruolo centrale che occupa la guida spirituale nel cammino interiore del discepolo.
Davanti a questo vasto mistero, il discepolo non può che lodare il suo Signore di averlo guidato su un tale cammino; la sua riconoscenza si tradurrà nella ricerca di un comportamento esemplare nel quotidiano. Si mette naturalmente in ascolto di coloro che lo circondano, e non ha altra volontà che servire Colui verso il quale ritorniamo. Questo atteggiamento di apertura, di umiltà sincera e di disponibilità è la chiave di un ancoraggio vero nella via sufi. È il segno di una maturità interiore, e permette di non essere sommersi dalle grazie divine che affluiscono nel più profondo dell’essere. «Vi ho inviato, nella persona del Profeta, un modello della nobiltà del comportamento», afferma un hadith in cui Allâh si esprime in prima persona. I sufi non hanno altri modelli di perfezione e, secondo certe fonti, la stazione spirituale più elevata è la «stazione della servitù», cioè uno stato interiore permanente che corrisponde al dono totale di se stessi.
La professione di fede della religione musulmana o shahâda si può tradurre in questi termini: «Attesto che non vi è realtà se non la Realtà divina, e che Muhammad è l’inviato di Allâh». Costituisce il primo pilastro dell’islam. Il sufi vi si riconosce completamente, perché tutto il suo cammino si dispiega e si avvolge attorno a questo pilastro, che si trova così ravvivato e riattualizzato in modo permanente. Come si è potuto affermare che il sufismo costituisce il cuore dell’islam, si potrebbe dire che l’esperienza del sufi è lo spirito stesso della shahâda.




