Martin Lings o l'apologia della religione del cuore
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«Il libro del sufi non è fatto d’inchiostro e di lettere, non è nient’altro che un cuore bianco come neve.» Queste poche parole di Jalâl ad-Dîn Rûmî potrebbero, se le comprendessimo, sostituire tutte le letture del mondo. «Di’: Allah, e lascia che si divertano a discutere», dice il Corano (VI, 91). Tuttavia, alla nostra epoca, colui che intraprende una ricerca interiore non può accontentarsi di tali frasi, perché il suo approccio alle cose è innanzitutto mentale, ciò che non gli permette di cogliere la dimensione di una realtà vissuta.
Ogni via spirituale è un cammino che va dal finito verso l’Infinito, dal temporale verso l’Eterno, dalla lettera verso lo Spirito. E per condurci al di là di noi stessi, una via deve innanzitutto venire a cercarci nel luogo stesso dove ci troviamo, e prenderci quali siamo. Per questa ragione, si dice che i santi rivestono gli abiti del loro tempo, e così l’insegnamento dei sufi ha potuto prendere attraverso i secoli delle forme assai diverse, sempre in risposta ai bisogni precisi di coloro a cui si rivolgeva.
Per esempio, un tempo, certi maestri proibivano ai loro discepoli di consultare opere trattanti di spiritualità, per ricordare loro che il sufismo è innanzitutto un sapore, che le parole non possono che evocare. Ma, se è vero che la lettura può talvolta diventare un velo, può anche essere un primo passo verso altro, un modo per un individuo di esprimere la sua sete; e venuto il momento, può diventare il luogo d’un incontro intimo tra il viaggiatore e l’onda che lo porterà nel suo riflusso fino all’oceano infinito…
È senza dubbio il presentimento di questo incontro che spinge numerosi Occidentali verso i libri trattanti di spiritualità. La nostra civiltà, oggi fortemente mediatizzata e aperta su tutte le tradizioni del mondo, ha incoraggiato la diffusione di opere che affrontano sotto differenti aspetti il sufismo. Queste opere servono ormai da passerella per gli Occidentali curiosi di scoprire la saggezza di una tradizione che fino ad allora non era loro affatto familiare.
Un’opera nutrita dall’esperienza
La maggior parte degli Europei che hanno potuto scoprire il sufismo grazie al supporto scritto hanno imparato molto grazie all’opera di Martin Lings. In lui, l’esattezza storica, la ricchezza delle fonti, la chiarezza e la precisione delle spiegazioni dottrinali sono nutrite da una comprensione interiore della via. Martin Lings s’efface sempre dietro il soggetto che tratta ma, se non parla della sua propria esperienza, è essa che fa il valore dei suoi scritti. La si percepisce alla svolta di una parola o di un’allusione come lo straripamento improvviso di un’ebbrezza che dovrebbe restare nascosta. Queste due frasi rilevate nella sua opera evocano ciò che la via rappresenta per lui: «La via spirituale è un’offerta»; «Il lavoro spirituale è soprattutto un’accumulazione di grazie».
Martin Lings scrive in questa disposizione d’offerta, con gratitudine, ed è ciò che gli permette di farci gustare certi aspetti assai sottili della spiritualità islamica.
Il Profeta dell’islam aveva per costume di dire: «Agisci per questo mondo come se dovessi dimorarvi mille anni, e per l’altro come se dovessi morire domani!». Questa ricerca di una doppia perfezione, a un tempo esteriore e interiore, esige una profonda implicazione nel mondo in pari tempo che un distacco totale. Nella biografia che gli è consacrata, Martin Lings sa raccontarci l’esperienza intensa che il Profeta ha avuto della vita terrena, sottolineando nel contempo il suo disinteresse verso i beni di questo mondo.
Apprendiamo che Muhammad fu successivamente pastore, mercante, eremita, esule, soldato, legislatore e infine re. Fu anche orfano, a lungo sposo di una sola donna, frequentemente padre di bambini che morirono in tenera età, vedovo, e infine marito di più donne. Ma soprattutto, in ogni istante della sua vita, in ogni gesto, fu servitore di Dio. Per esempio, quando la tribù dei Quraysh1 gli ebbe proposto la ricchezza e la regalità se accettava di rinunciare al suo messaggio, e che suo zio venne a supplicarlo a sua volta, si rivolse verso di lui, le lacrime agli occhi, e gli rispose: «Lo giuro per Dio, quand’anche mettessero il sole nella mia mano destra e la luna nella sinistra perché in cambio io abbandoni questa causa, non l’abbandonerei prima che Egli l’abbia fatta trionfare o che io sia morto per essa.».
Per illustrare questo aspetto così caratteristico della realizzazione muhammadiana, che integra perfettamente l’implicazione nel mondo e la coscienza dell’aldilà, Martin Lings opera un parallelo con la Rivelazione coranica. Il verbo-fatto-libro viene, anch’esso, ad abbracciare tutti gli aspetti della vita quotidiana, affrontando soggetti che sembrano non avere nulla di spirituale. Le descrizioni del Paradiso evocano giardini, sorgenti, donne meravigliosamente belle… L’islam, in quanto ultima rivelazione del ciclo, è un ritorno alla religione primordiale, e deve reinsegnare all’uomo a meravigliarsi davanti al libro supremo: la natura. «I sette cieli e la terra e tutto ciò che in essi si trova Lo glorificano, non c’è nulla che non Lo glorifichi lodandoLo, ma voi non percepite la loro lode» (Corano XVII, 44).
La visione del cuore
È perché l’uomo ha perduto questa facoltà di meravigliarsi, perché percepisce la creazione attraverso i suoi sensi e la sua mente, ma non più col suo cuore, che le forme diventano per lui un velo. Sola la via spirituale può condurre l’uomo a ritrovare questa visione del cuore. In un hadîth qudsî, Dio si esprime così: «Il Mio servitore non cessa di avvicinarsi a Me finché Io lo ami, e quando Io lo amo, Io sono l’occhio col quale vede…». Colui che ha raggiunto questo stato percepisce allora l’essenza divina in ogni cosa. È per questo che, quando i Quraysh domandano dei miracoli al Profeta, il Corano risponde loro: «Non riflettono sui cammelli e su come sono stati creati, sul cielo e come è stato elevato, sulle montagne e come sono state infisse, sulla terra e come è stata distesa?» (Corano LXXXVIII, 17-20). Così la realizzazione più compiuta non consiste nell’affrancarsi dalle leggi della natura per compiere ogni sorta di prodigi straordinari, ma al contrario nel percepire la bellezza e la maestà divine che si manifestano attraverso queste leggi.
Il Profeta diceva anche ai suoi compagni: «Abû Bakr non vi ha superati per più preghiere o digiuni, ma per qualcosa che ha preso posto nel fondo del suo cuore…»2 E infine, è a questa dimensione del cuore che Martin Lings ci apre, perché non cerca di piacere né di convincere, e non confida che nella «grazia dell’irresistibile potere d’attrazione della verità».
La sua opera potrà così interrogarci, disturbarci o perfino sconvolgerci, per scuoterci sempre un po’ più sul terreno delle nostre certezze. In realtà, le questioni che pone sono più preziose delle risposte che dà, perché da queste questioni può nascere una perplessità, una presa di coscienza che vi è lì qualcosa che non rientrerà mai nei limiti del nostro intelletto, qualcosa che ci supera infinitamente…
Questa perplessità è un passaggio irrinunciabile in ogni ricerca della conoscenza, perché come dice Ibn ’Ajîba: «I più lontani da Dio sono i sapienti per la loro scienza e i devoti per la loro devozione». L’opera di Martin Lings non ha per vocazione di essere una scienza di più, a proposito di una corrente filosofica del passato; ci apre una porta verso un cammino interiore. E questo cammino non potrà mai sparire, perché è ciò che dà tutto il suo senso all’esistenza umana.
Alcuni anni fa, lo shaykh al-’Alâwî, un gran santo sufi del XX secolo al quale Martin Lings consacrò una notevole biografia, scriveva: «Amici, se avete compreso la verità del mio stato, la via è lì, davanti a voi. Seguite i miei passi perché, per Dio, non sono cose dubbiose né vaghi prodotti dell’immaginazione: conosco di una conoscenza a un tempo segreta e manifesta, ho bevuto la coppa dell’amore e ne ho avuto il possesso, essa è divenuta mio bene per sempre».
Bibliografia di Martin Lings
- Ancient Beliefs and Modern Superstitions.
- Muhammad: His Life Based on the Earliest Sources.
- A Sufi Saint of the Twentieth Century: Shaikh Ahmad al-Alawi.
- The Secret of Shakespeare.
Di Raphaël Feur.

Martin Lings

Croyances anciennes et superstitions modernes
Per approfondire
- La vita del Profeta Muhammad (serie completa)
- Al contatto di Cheikh ’Abd al-Wâhid Yahyâ (René Guénon)
Footnotes
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I Quraysh costituivano allora la più potente tribù della Mecca e furono a lungo ostili al messaggio recato dal Profeta. ↩
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Abû Bakr era un compagno del Profeta della prima ora ed era soprannominato «il Veridico», perché i suoi atti e i suoi discorsi si rivelavano essere sempre di una grande giustezza. Alla morte del Profeta, divenne il primo califfo della comunità musulmana. ↩




