Le prove dei profeti (1/2): il crogiolo dell'eletto
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Vi sono delle prove, nella via di Dio, che non vengono per spezzare ma per trasformare. Scuotono le certezze acquisite, spostano i punti di riferimento e invitano a superare l’attaccamento alle rappresentazioni stabilite. Aprono uno spazio di verità dove ciascuno è convocato a un ritorno riflessivo su di sé e a un discernimento interiore. Invitano a risituarsi nell’ordine della realtà spirituale e a riconsiderare il senso stesso del proprio impegno nel cammino spirituale.
Quando un avvenimento di tale gravità sopraggiunge e sembra sconvolgere l’ordine stabilito e destabilizzare i nostri riferimenti spirituali, bisogna risituarsi nel filo lungo e continuo della storia sacra. Sidi Hamza (che Dio santifichi il suo segreto) insisteva sulla necessità di leggere e rileggere la sîra profetica, non come una cronaca del passato, ma come la matrice di un insegnamento unico che si dispiega attraverso i secoli. I racconti dei profeti e dei santi sono altrettante chiavi ermeneutiche per comprendere le prove presenti: rivelano che le crisi che sembrano disarcionarci sono in realtà dei momenti di formazione, di maturazione interiore e di elevazione.
Il crogiolo dell’eletto
La storia sacra mostra che gli eletti di Dio hanno conosciuto dei momenti di ritiro forzato, di scomparsa apparente, prima di essere reinvestiti di una missione ancora più vasta. Da Sidnâ Sulaymân (pace su di lui) a Sidnâ Muhammad (che Dio lo benedica e gli dia la pace), la storia dei profeti c’insegna che lo spogliamento e la messa tra parentesi dell’azione visibile non sono la fine della storia, ma la preparazione di una rivelazione più elevata.
È qui che si manifesta tutta la profondità della prova: un’epurazione che separa l’essenziale dall’accidentale, il mandato spirituale dalle sue forme contingenti. I maestri hanno insegnato che più l’eletto è elevato, più il suo passaggio per il crogiolo della prova è intenso. Così, posto in una stazione di ritiro, il santo (walî) non perde nulla del suo segreto spirituale (sirr); al contrario, questi si sviluppa e si rafferma, per essere poi dispiegato con una fecondità accresciuta.
Il trono vacante di Salomone
I racconti profetici non si accontentano di riferire avvenimenti passati: rivelano le leggi con le quali Dio accompagna e affina i Suoi eletti. L’episodio del profeta Sulaymân occupa, a questo riguardo, un posto singolare. «Mettemmo alla prova Salomone, mettendo un corpo sul suo trono. Poi si pentì» (Sâd, 38:34).
Quest’episodio mostra come un profeta-re possa essere condotto, per saggezza divina, a uno spossessamento radicale al fine di ritrovare l’essenza della sua missione. Questo momento di vuoto apparente del trono non è una semplice parentesi nel suo regno: è la tappa iniziatica che lo preparerà a ricevere un regno d’un ordine inedito, e a esercitare pienamente la funzione di vicario (khalîfa) sui mondi visibili e invisibili.
Il jasad, «un corpo senza vita», può essere compreso come una forma sprovvista di vita, un segno che indica che l’autorità può sussistere nella sua semplice apparenza, mentre lo spirito che l’animava si è ritirato. Questa lettura invita a distinguere tra la funzione visibile e la realtà spirituale che la fonda. Come hanno ricordato numerosi maestri, la santità (wilâya) non si trasmette né per decreto né per semplice designazione umana: risiede nell’infusione di un sirr divino, di un soffio che vivifica la funzione. Senza questo segreto, il trono resta occupato, ma è disabitato nella sua essenza.
È dopo questo passaggio iniziatico che Sulaymân pronuncia la sua celebre invocazione: «Signore, perdonami e concedimi una sovranità che nessun altro avrà dopo di me. In verità Tu sei il Munifico» (Sâd, 38:35). Il regno che gli è allora affidato non è una semplice restaurazione: si tratta di una sovranità cosmica, dove il visibile e l’invisibile si mettono al suo servizio. Il Corano ricorda che i venti furono sottomessi al suo ordine, che i djinns operavano sotto il suo comando e che comprendeva il linguaggio delle creature. Raggiunge così il vertice della funzione di khalîfa evocata nel versetto: «Porrò un vicario sulla terra» (II, 30). La regalità di Sidnâ Sulaymân diviene una teofania, la manifestazione concreta di un ordine divino armonizzato.
Questo regno singolare, lungi dall’essere un semplice privilegio esteriore, fu la manifestazione visibile di un segreto spirituale. La sovranità di Sidnâ Sulaymân non era un ornamento di gloria mondana ma il segno di un’elezione che aveva attraversato la prova del jasad e ritrovato il suo centro in Dio. L’autorità che esercitava sulle creature e sulle forze invisibili non aveva senso che come prolungamento della sua sottomissione interiore.
È precisamente questo legame tra la realtà spirituale e la sua forma apparente che Ibn ‘Atâ’ Allâh verrà a illuminare nelle sue hikam: «Vi sono delle forme che hanno una realtà e delle realtà che non hanno forma». Questa saggezza mette in guardia dalla tentazione di confondere la permanenza di un seggio o di un titolo con la presenza effettiva del soffio divino. Così, l’episodio di Sulaymân diviene paradigmatico: il trono, vuotato del suo occupante vero, rivela che l’autorità non è che un deposito e deve essere senza posa reinvestita da un ritorno verso il Donatore.
Da Tâ’if all’ascensione
Questa dinamica si ritrova in maniera esemplare nella vita stessa del Profeta benamato (pace e salvezza su di lui). L’episodio di Tâ’if segna uno dei momenti più dolorosi della sua missione: respinto dai notabili, ingiuriato e lapidato dai fanciulli e dagli schiavi finché il suo sangue colò sui suoi sandali, si ritira in un frutteto e pronuncia una delle più sconvolgenti invocazioni riportate nella sîra:
O Signore, mi lagno a Te della mia debolezza, della mia mancanza di risorse e della mia insignificanza agli occhi della gente. O Misericordiosissimo dei misericordiosi, Tu che sei il Signore degli oppressi, a chi mi abbandoni? A un nemico che mi maltratti? O a un prossimo al quale Tu hai dato potere su di me? Se Tu non sei in collera contro di me, non mi curo di nulla. Ma la Tua protezione mi è ancora più larga.
Questa preghiera esprime il vertice dell’abbandono (taslîm), dove ogni aiuto umano è scartato e dove solo rimane il ricorso a Dio. Ibn ‘Atâ’ Allâh direbbe che è là l’istante in cui «le cause sono rotte e si è rinviati al Causatore delle cause».
È in questo stato di totale vulnerabilità che ha luogo l’episodio dell’incontro con ’Addâs, il servitore cristiano. Il Profeta, ancora spossato e ferito, si rivolge a lui con dolcezza, evoca Yûnus (pace su di lui), e l’uomo riconosce immediatamente la verità della sua missione e si prosterna davanti a lui. Questa scena manifesta la potenza del segreto muhammadiano: anche sprovvisto di ogni sostegno umano, nella debolezza e nel rifiuto, il Profeta rimane un centro d’attrazione spirituale, capace d’illuminare i cuori.
Poco dopo quest’umiliazione estrema, il Profeta è onorato dell’Isrâ’ e del Mi’râj: trasportato dalla Mecca a Gerusalemme poi elevato attraverso i cieli, incontra i profeti e diviene il loro imam nella preghiera celeste. Infine, s’avanza fino alla sidrat al-muntahâ, l’estremità del Loto, là dove nessun altro si è avanzato, e riceve il comandamento della preghiera, sigillo del riannodamento tra Dio e l’umanità. Questo passaggio, dal più grande abbassamento al più alto grado spirituale, non è una semplice coincidenza storica: costituisce una pedagogia divina, una messa in scena del principio secondo il quale la scomparsa precede la manifestazione. La sequenza Tâ’if-Mi’râj illustra così la legge iniziatica secondo la quale colui che deve portare un carico spirituale universale dev’essere dapprima totalmente purificato da ogni dipendenza dagli sguardi umani.



