L'Amore del Tutto Altro

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Ritratto di Faouzi Skali

Sotto forme molteplici, siamo in una ricerca intensa di qualcosa d’indestruttibile, di profondo, che sfugge a ogni contingenza, a ogni limitazione, che esprime, in una pienezza senza limiti, una libertà, un senso che tutti sentiamo, verso il quale la nostra anima aspira, talvolta in una sorta d’intensità dolorosa. Una delle espressioni di questa aspirazione è l’amore, il mistero dell’amore. Perché se la ricerca spirituale è un mistero, l’amore è un mistero nel mistero. Che cos’è questo amore? Perché questo amore è così importante, e perché lo sentiamo come tale?

Tra le differenti forme dell’amore, vorrei oggi parlarvi dell’amore del Tutto Altro, l’amore di quest’essenza di cui ho parlato all’inizio, lo slancio verso questa inaccessibile stella che si trova in ciascuno di noi, nel cuore di ciascuno di noi, e verso la quale, in modo cosciente o incosciente, tutto il nostro essere aspira. Metto l’accento sull’inaccessibilità, sulla distanza, sul Tutto Altro, perché in questa relazione, la vera unità non può realizzarsi che nella coscienza di una trascendenza. Qualcosa deve attirarci permanentemente al di là di noi stessi, ed è soltanto in questo luogo dove non vi è più coscienza di te e di me, dove non vi è più che unità, che si realizza la vera unione. Ascoltiamo, per esempio, Rûmî, il santo di Konya, fondatore dei dervisci rotanti, parlare di questo passaggio dalla dualità all’unità. L’amore si esprime veramente quando l’Amante, l’Amato e l’Amore stesso non fanno più che uno: «Quando l’uomo e la donna diventano uno, tu sei quell’uno. Quando le unità sono cancellate, tu sei questa unità. Tu hai plasmato questo “io” e questo “noi” per poter giocare al gioco dell’adorazione con te stesso, affinché tutti gli “io”, i “tu” diventino una sola anima e siano alla fine sommersi nell’Amato».

Questo amore è irragione, questo amore è follia, questo amore va contro tutti i criteri abituali con i quali il nostro essere individuale ricostituisce attorno a sé un universo, un ambiente. Si iscrive in opposizione o in contrappunto, o controcorrente rispetto a ciò che si chiama abitualmente amore, e che non è in realtà che una delle molteplici maniere di amare se stessi. Si ama coloro che si ama perché, generalmente, essi ci rimandano un’immagine del nostro proprio amore per noi stessi. È per esempio l’amore per i prossimi, per i figli che ci perpetuano, tutto ciò che ci rinvia a quest’universo che abbiamo tessuto e che ci fa esistere. Questo è un amore ragionevole. Quanto all’amore di irragione, è un amore per qualcosa che non rimanda più a noi stessi, ma che ci rivela, nello specchio degli altri, lo specchio dell’alterità, una presenza, un’essenza spirituale.

Ascoltiamo quest’altro poema di Rûmî: «Se cerco il mio cuore, lo trovo nel tuo quartiere. Se cerco la mia anima, la trovo nei tuoi capelli. Quando, assetato, bevo dell’acqua, nell’acqua vedo l’immagine del tuo viso».

Per non ritrovare più nell’amore dell’altro il riflesso della propria immagine, ma ritrovarvi l’immagine della sua essenza spirituale, occorre che vi sia questa distanza, questa inaccessibilità. Occorre che vi sia questa sete, questa nostalgia. Occorre che vi sia questa malattia d’amore, questo dolore d’amore, questo desiderio intenso che diviene ciò che ci nutre. Occorre che vi sia ciò che in tutte le poesie amorose del mondo si chiama l’affanno d’amore. Quest’affanno da cui nessun innamorato vorrebbe, per tutto l’oro del mondo, essere liberato. Nel Cantico dei cantici, ho rilevato questi pochi versi: «Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se trovate il mio diletto, che gli dichiarerete? Che sono malata d’amore».

Occorre che s’accenda nel nostro cuore questa fiamma sacra. Occorre infiammarsi, come del resto Rûmî lo dice lui stesso del suo cammino, di tutta la sua vita. Dice che ciò si riassume in tre cose: «Sono stato verde, sono stato poi cotto, e ora sono consumato».

Questo fuoco sacro è da ritrovare, perché è il peso del nostro essere e perché l’amore ci dice, attraverso tutti questi racconti, attraverso tutte queste poesie, attraverso tutti questi esempi d’innamorati e d’innamorate, di amanti, il segreto della vita. Ci dice ciò che non arriviamo a dire con le parole, perché appena vogliamo spiegare questo segreto con le parole, entriamo nella confusione. L’amore ha il suo proprio linguaggio, l’amore ha il suo proprio mistero, ha la sua propria verità; l’amore è questo linguaggio segreto tra l’amante e l’amato, tra noi stessi e questo punto ultimo del nostro essere dove si trova la nostra completa libertà. Questo punto a un tempo inaccessibile e più prossimo a noi di noi stessi. Nessun pensiero, nessuna concezione, nessuna espressione può rendere conto di questo mistero. È l’asservimento a questo amore, l’asservimento a questo mistero che si è espresso in molteplici poesie su questa schiavitù, su queste sventure dell’amore. Un poeta sufi dice: «Se la sventura deve essere il prezzo del mio amore, sono pronto ad accettarla. Mettimi alla prova, mettimi alla prova in tutti i modi, affinché tu sappia che ti amo in tutti i modi».

L’amore come rimedio all’ego

Perché in definitiva, ed è per questo che questo amore è un rimedio, l’amore ci libera dal male più profondo: questo male sempre presente per sviare le cose, la loro finalità, la loro realtà, il male del nostro me, del nostro ego. L’amore vero, l’amore assoluto, l’amore profondo ci libera da questo ego; è il solo a poterlo fare e a farci penetrare in questo inaccessibile al di là di noi stessi.

Vi è una cosa sulla quale vorrei ugualmente attirare l’attenzione: è il fatto che questa fiamma d’amore, questo godimento d’amore sono talmente grandi che vi è anche una trappola su questa via. Una trappola che consiste non nell’amare l’amato, ma nell’amare l’amore; non nel ricercare il diletto, ma nel ricercare il godimento dell’amore per se stesso. Mi ricordo di un verso che esprime del tutto questo errore della ricerca dell’amore per l’amore (anche se ciò è molto attraente, anche se questa è una trappola nella quale vorremmo cadere): è il celebre verso di Alfred de Musset, «L’Amore è il gran punto, che importa l’amante? Che importa il fiasco, purché si abbia l’ebbrezza». Questo è un modo di cadere in una sorta di recupero dell’amore stesso, di non restare più in questa tensione verso l’inaccessibile, o allora soltanto in un modo artificiale e alimentato per il godimento che ciò può comportare.

Nizhâm, Beatrice e l’amata inaccessibile

Ci si è spesso posta la domanda, nella poesia amorosa spirituale e notevolmente nella poesia sufia, di sapere se l’amata sia qualcosa di reale o d’irreale, perché vi è una tale ambiguità che ci si chiede se si tratti di un simbolo o di una realtà. Penso, per esempio, che nel Cantico dei cantici, come in molte altre tradizioni di questo tipo, l’ambiguità sia voluta, che sia coltivata. È voluta perché l’amata è a un tempo reale e irreale. Si può anche essere estremamente sorpresi quando si leggono i testi del grande mistico sufi Ibn ’Arabî che parla del suo amore per una giovane donna incontrata nella città della Mecca, e che si chiama Nizhâm.

Ecco un uomo, al culmine della sua realizzazione, considerato in vita come uno dei più grandi maestri del sufismo, che parla di questa donna in termini assolutamente straordinari e brucianti d’amore. Scriverà del resto a suo proposito una raccolta di poemi magnifica, intitolata «L’Interprete dei desideri», dove parla di Nizhâm in termini che fanno a un tempo l’elogio della sua bellezza e della sua spiritualità. Ibn ’Arabî, davanti allo scandalo suscitato da questi testi, dovette commentare questi poemi, il che del resto non risolse nulla, portando il commento l’ambiguità alla sua espressione ultima.

Si può fare la stessa osservazione a proposito della Beatrice di Dante. Vi si ritrova questa stessa ricerca dell’inaccessibile attraverso qualcuno di tutt’affatto concreto. Questa tensione verso l’inaccessibilità si spiega perché è qualcosa che ci chiama al di là delle nostre frontiere, al di là di noi stessi. Ciò è stato spesso espresso da differenti aforismi o sapienze, tra cui questa tradizione detta profetica: «Colui che ama, resta casto e muore senza aver tradito il suo segreto, questi muore come testimone veridico».

Occorre dire tuttavia che l’inaccessibilità, in questo caso, non significa irrealtà. Perché ciò che è in gioco, ciò che si esprime attraverso questa dimensione dell’amore, è il fatto che anche se le nostre relazioni sono le più prossime possibili, anche se si tratta di relazioni di prossimità diretta, vi è in ogni essere con cui siamo in relazione in questa dimensione una dimensione del mistero, una dimensione dell’inaccessibile divino, che costituisce il segreto che ci lega a lui. La prossimità esteriore più grande possibile non deve in alcun modo esaurire questa parte d’inaccessibilità, questa parte di segreto divino che vi è nell’altro. Da qui questa tradizione che si è tradotta nell’amore della «dama della torre» nella cultura occidentale, e da tutte le forme della poesia cortese spirituale nella cultura orientale. In questa tradizione, l’amante è sottomesso a delle prove che stabiliscono chiaramente che ciò che ama nell’altro non è semplicemente un riflesso di se stesso, ma la sua essenza spirituale che lo attira al di là di se stesso.

L’amore vero non lascia nulla

Nel sufismo, si esprimono molte cose con delle storie, notevolmente quelle di un personaggio eccentrico e buffone, Nasruddin.

Si racconta che Nasruddin era giudice in un villaggio quando qualcuno, passando nei pressi di questo villaggio, si fa spogliare da dei beduini. La vittima va allora dal giudice del villaggio e gli dice: «I ladri del vostro villaggio mi hanno spogliato». «Quando sei stato spogliato, gli domanda allora Nasruddin, avevi questa camicia che porti attualmente?» «Sì, risponde la vittima, è la sola cosa che mi hanno lasciato». «Non sono dunque dei nostri, conclude Nasruddin: se fossero stati dei nostri, non ti avrebbero lasciato nulla!».

Allo stesso modo, l’amore vero non lascia nulla, ci spoglia di tutto. Nessun riflesso del nostro me sussiste, tutto è consumato.

Questo amore, che non è il riflesso di se stessi ma che è amore vero dell’altro nella sua alterità, nella sua essenza spirituale, questo amore è la vera compassione. Coloro che ricevono questo amore, coloro che ricevono questa compassione la sentono come tale, perché la compassione trova tutto il suo senso quando si rivolge in un modo specifico, profondo, a colui che la riceve. E non può esservi qui alcun sotterfugio. Tutto si sa, tutto si sente. Che importino gli atti esteriori: ciò che importa sono gli atti interiori e il loro significato. Ed è questo significato che guida, come un soffio di sincerità, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri atti.

Faouzi Skali

Ritratto di Faouzi Skali

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